Si scende una scala vicino al pont de l’Alma e ci si ritrova dentro le fogne di Parigi. Non in una ricostruzione: in un tratto vero della rete, che continua a funzionare mentre lo attraversi, con l’acqua che scorre sotto la grata dove appoggi i piedi.
È una delle visite meno turistiche e più sorprendenti della città, costa 9 euro ed è compresa nel Paris Museum Pass. Le condizioni sono quelle che immagini: 13 gradi, poca luce, umidità e odori possibili, e il museo la sconsiglia a chi soffre di claustrofobia, alle donne incinte e ai bambini sotto i cinque anni. Se sei sensibile agli odori, ti consiglio di non andarci subito dopo pranzo.

Una cosa la distingue dall’altra Parigi sotterranea: a differenza delle Catacombe, che hanno 131 gradini e nessun ascensore, il museo delle fogne è accessibile in sedia a rotelle.
Come si costruisce una città sopra duemilaseicento chilometri di gallerie?
Si parte!
1. Duemilaseicento chilometri, e ne percorri cinquecento metri
Il numero che il museo dichiara è circa 2.600 chilometri di gallerie. Per darti la scala: è la distanza fra Parigi e Mosca, tutta sotto una città larga una decina di chilometri.
Il percorso di visita ne attraversa cinquecento metri lineari, e chiede da 45 minuti a un’ora e un quarto. Sono pochi metri, ma sono metri veri: dentro queste gallerie corrono l’acqua di scarico, l’acqua potabile, i cavi delle telecomunicazioni e i tubi dell’aria compressa, e gli operai della città ci lavorano tutti i giorni.
2. La prima fogna coperta, nel Trecento
Prima di tutto questo, dove finiva l’acqua sporca di Parigi?
In mezzo alla strada, in canali a cielo aperto che scendevano verso la Senna, dalla quale la città beveva. La prima fogna coperta in muratura arriva sotto la rue Montmartre negli anni Settanta del Trecento, e la fa costruire il prevosto Hugues Aubriot, lo stesso che il 22 aprile 1370 aveva posato la prima pietra della Bastiglia. Sulla data della fogna le fonti non vanno d’accordo: il SIAAP, l’ente che gestisce oggi la rete, dice 1370, altri la spostano al 1374.
Per secoli, però, resta un’eccezione. La rete cresce lentamente e senza disegno, e alla fine del Settecento nessuno sa con certezza dove passi.
3. Bruneseau, sette anni al buio
Il personaggio che rende questo museo un posto letterario si chiama Pierre-Emmanuel Bruneseau. Ispettore dei lavori della città, fra il 1805 e il 1812 percorre, cartografa e fa ripulire la rete medievale. Ci mette sette anni, in gallerie di cui nessuno conosceva il tracciato, e ne esce con la prima mappa vera del sottosuolo parigino.
Quell’impresa l’ha raccontata Victor Hugo nei Miserabili, nelle pagine in cui Jean Valjean attraversa le fogne portando in spalla Marius. Attenzione però a che cosa stai vedendo: la fuga di Jean Valjean è ambientata nel 1832, quindi nella rete vecchia, mentre le gallerie che percorrerai sono quelle costruite da Belgrand vent’anni dopo. L’immagine viene da lì; il posto no.
4. Belgrand, Haussmann e la rete che conosciamo
La rete moderna nasce dal 1854, quando l’ingegnere Eugène Belgrand riceve da Haussmann il compito di costruirla insieme ai boulevard nuovi. È il punto in cui le due Parigi, quella sopra e quella sotto, vengono disegnate insieme: sotto ogni via nuova passa un collettore. È per questo che nelle gallerie trovi le targhe coi nomi delle strade che hai sopra la testa, e ti orienti sottoterra come faresti in superficie.
I numeri dicono la velocità dell’operazione. Nel 1800 la rete misurava una ventina di chilometri; nel 1878, ventiquattro anni dopo l’inizio del cantiere di Belgrand, ne misurava circa seicento. In una generazione Parigi si è costruita sotto i piedi una seconda città.

5. Le visite cominciano nel 1867
Da quanto tempo si può scendere qui sotto per curiosità?
Le fogne si visitano da più di un secolo e mezzo, e la data è quella dell’Esposizione universale del 1867. Il Secondo Impero ci porta i visitatori per mostrare la modernità della capitale, e il giro diventa una delle attrazioni più richieste: ci vanno teste coronate, signore in cerca di emozioni e ingegneri in missione di studio.
Il bello è come si visitava. Un pezzo si faceva in barca, dal quai du Louvre al Châtelet, e un altro a bordo di un piccolo wagon-vanne, dal Châtelet agli Arts et Métiers. Il mezzo con cui si puliva il collettore serviva anche a portare in giro il pubblico, ed è lo stesso principio del museo di oggi: non c’è niente da allestire, perché basta far entrare le persone nell’impianto.
6. Le macchine: la palla, il vagone e la barca
Un collettore si intasa, e la sabbia che l’acqua trascina si deposita sul fondo. Le tre macchine esposte servono tutte a questo, e nessuna delle tre ha un motore.
La boule de curage è una grande sfera che si lascia andare nella condotta: l’acqua non riesce a passarle intorno, quindi accelera negli spazi stretti ai lati e trascina via il deposito per abrasione. Il wagon-vanne fa lo stesso lavoro nei condotti secondari, con una paratia che sbarra il flusso e lo libera all’improvviso. Il bateau-vanne è la versione grande, per i collettori principali.
Le catene e le ruote che vedi sono oggetti dell’Ottocento, e lavorano con la sola forza dell’acqua che già scorre.

7. Il cantiere del 2021, e com’è adesso
Il museo ha riaperto nel 2021 dopo un rifacimento completo. È cambiato tutto quello che c’è intorno alle gallerie: un edificio d’ingresso sul lungosenna, con biglietteria e accoglienza, un percorso permanente ridisegnato, passaggi aperti dove non c’erano e passerelle in grigliato metallico al posto dei vecchi camminamenti.
La frase con cui il museo racconta l’intervento è che i visitatori sono stati portati «dall’ombra alla luce», e l’ingresso è stato spostato in un edificio nuovo che ospita accoglienza e biglietteria. Le fotografie in circolazione sono spesso precedenti al cantiere, e mostrano gallerie molto più buie di come le troverai.

Attenzione: il rifacimento ha reso il percorso accessibile in sedia a rotelle, con ascensore. È la differenza che conta se stai scegliendo fra questo e le Catacombe, dove si scendono 131 gradini e non c’è nessun ascensore.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 28 settembre 2026 sul sito ufficiale musee-egouts.paris.fr. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. L’intero costa 9 euro, il ridotto 7 euro e spetta agli over 65 e alle famiglie numerose. Entrano gratis i minori di 18 anni, i cittadini dell’Unione europea sotto i 26 anni, le persone con disabilità e il loro accompagnatore. Il pass. Il museo è compreso nel Paris Museum Pass. Nove euro sono pochi, quindi il pass non si compra per questa visita: se però ce l’hai già per l’Orsay e gli Invalides, che sono qui intorno, entri senza pagare altro. Orari. Apre da martedì a domenica, dalle 10:00 alle 17:00, e l’ultimo ingresso è alle 16:00. Chiusure. Chiude il lunedì, il 1 maggio, il 25 dicembre e i primi quindici giorni di gennaio. Come arrivare. L’ingresso è in place Habib-Bourguiba, sul lungosenna vicino al pont de l’Alma. Le fermate sono Alma-Marceau sulla linea 9 e Pont de l’Alma sul RER C. Che cosa chiede al corpo. Si percorrono cinquecento metri a 13 gradi, con poca luce, umidità e odori possibili. Il museo sconsiglia la visita a chi soffre di claustrofobia, alle donne incinte e ai bambini sotto i cinque anni, ed è invece accessibile in sedia a rotelle, con ascensore, anello magnetico per chi porta l’apparecchio acustico e assistenza per i visitatori ipovedenti. Quanto tempo chiede. La visita dura dai 45 minuti a un’ora e un quarto.
Da qui in poi
L’altra Parigi sotterranea che si visita sono le Catacombes de Paris, a venti metri di profondità sotto Denfert-Rochereau: stesse gallerie scavate nella stessa pietra, ma lì si scende per i morti e qui per l’acqua, e lì l’ascensore non c’è. Il museo che racconta le macchine dell’Ottocento francese è il Musée des Arts et Métiers, dall’altra parte della Senna. Qui intorno, a dieci minuti a piedi, ci sono il Musée d’Orsay, il Musée de la Légion d’honneur, che è gratuito, e il Musée de l’Armée.
Crediti fotografici: galleria e collettore di Chatsam (CC BY-SA 3.0); boule de curage di filip (CC BY-SA 3.0); padiglione d’ingresso di Chabe01 (CC BY-SA 4.0), da Wikimedia Commons.