In Cosa vedere a Trieste in 2 giorni la Risiera di San Sabba occupa un capitolo breve, e quel capitolo è insufficiente. Questa pagina lo estende, perché chi cerca la Risiera di solito cerca due cose insieme: che cosa accadde in questo posto fra il 1943 e il 1945, e che cosa se ne vede adesso.
La Risiera è stata l’unico campo di sterminio nazista dotato di forno crematorio in territorio italiano. È monumento nazionale dal 15 aprile 1965 e oggi è un Civico Museo del Comune di Trieste, a ingresso libero, in un quartiere periferico a sud del centro.
Quello che si attraversa non è però l’edificio del 1944. È un’opera di architettura del 1975, firmata dal triestino Romano Boico, costruita per sottrazione: Boico demolì, svuotò e recintò, e quello che ha lasciato in piedi va letto sapendo che cosa ha tolto. È la parte di cui quasi nessuna pagina parla, ed è la ragione per cui questo articolo se ne occupa a lungo.

Perché un impianto per il riso diventa un campo di sterminio
Perché i nazisti scelsero uno stabilimento per la pilatura del riso? Perché nel 1943 non era più uno stabilimento. Era una caserma, con magazzini chiusi, un cortile interno invisibile dalla strada e un camino industriale alto quaranta metri, in un quartiere operaio a sud della città: cambiarne la destinazione richiedeva pochissimo.
La costruzione del complesso cominciò nel 1898 e proseguì fino al 1913. L’impianto lavorò il riso fino ai primi anni Trenta; poi il Regio Esercito ne usò una parte come deposito e dal 1940 lo trasformò in caserma.
Dopo l’8 settembre 1943 la Germania occupò Trieste e ne fece il capoluogo della Zona d’Operazioni Litorale Adriatico, un territorio sottratto di fatto alla Repubblica Sociale e amministrato direttamente dal Reich. La Risiera servì prima come campo per i soldati italiani catturati; dalla fine di ottobre del 1943 divenne un Polizeihaftlager, cioè un campo di detenzione della polizia di sicurezza.

Chi comandava, e da dove veniva
Il 13 settembre 1943 Heinrich Himmler nominò responsabile dell’apparato di polizia del Litorale Adriatico l’SS Gruppenführer Odilo Globocnik, triestino di nascita, al quale aveva affidato in precedenza la direzione dell’Aktion Reinhard, il piano di sterminio degli ebrei del Governatorato Generale polacco.
Globocnik portò con sé a Trieste buona parte del personale che aveva lavorato con lui in Polonia: un nucleo di circa novanta uomini delle SS più un gruppo di collaboratori ucraini, agli ordini di Christian Wirth prima e di August Dietrich Allers poi. Quegli stessi uomini avevano preso parte all’operazione «Eutanasia» (il programma T4, che fra il 1939 e il 1941 aveva ucciso disabili e malati di mente tedeschi e austriaci) e poi avevano prestato servizio a Bełżec, Sobibór e Treblinka.
È il dato che spiega la differenza fra la Risiera e gli altri campi italiani: qui non arrivò un reparto qualsiasi, arrivò la squadra dei campi di sterminio polacchi, con le sue competenze tecniche al seguito.
I compiti erano tre: la cattura e la deportazione degli ebrei del Litorale con la razzia dei loro beni, la detenzione e l’uccisione di ostaggi e partigiani italiani, sloveni e croati, e lo smistamento verso la Germania e la Polonia. Dei circa 1.450 ebrei deportati dal Litorale Adriatico tornò dai campi di sterminio una ventina di persone. La comunità colpita era una delle più antiche e numerose d’Italia, e la sua sinagoga, inaugurata nel 1912, è ancora oggi uno degli edifici più grandi del centro: la racconto in Il Borgo Teresiano.

Le diciassette celle e la cella della morte
Nel sottoportico che dà sul cortile si apre uno stanzone che durante il Lager era destinato ai prigionieri in attesa di esecuzione o di smistamento. È la stanza che il memoriale chiama cella della morte, ed è rimasta come era.
Nell’edificio accanto, al piano terra, nella primavera del 1944 furono costruite diciassette microcelle, ciascuna delle quali arrivava a contenere fino a sei prigionieri per volta. Le porte di legno sono quelle originali, e la misura dell’interno si giudica meglio dal corridoio che dalle fotografie: sono ricavate nello spessore di un muro, non sono stanze.
Le uccisioni avvenivano con l’impiccagione, la fucilazione, la gassazione e i colpi di mazza alla testa, ed erano affidate alle SS e ai militari ucraini al loro servizio. Dalle testimonianze raccolte al processo del 1976 risultò che le esecuzioni si svolgevano quasi sempre di notte e che le SS aizzavano i cani e trasmettevano musica ad alto volume per coprire le grida.

Il forno crematorio, e la lastra d’acciaio che ne prende il posto
Il forno fu ricavato dall’essiccatoio dello stabilimento, cioè dal locale in cui si asciugava il riso, e collocato alla base del camino. Il progetto porta la firma di Erwin Lambert, lo stesso tecnico che aveva costruito le camere a gas del programma T4 e dei campi dell’Aktion Reinhard.
Entrò in funzione nei primi giorni di aprile del 1944 (il museo indica il 4 aprile) e la prima volta servì a bruciare i corpi di circa settanta persone giustiziate a Villa Opicina. Le ceneri venivano caricate su mezzi militari e disperse in mare, per cancellare le tracce.
Il 29 aprile 1945, ritirandosi, i tedeschi fecero saltare con l’esplosivo il forno, il camino di quaranta metri e gran parte della documentazione del campo. La distruzione degli archivi è una delle ragioni per cui il numero delle vittime resta incerto.
Oggi al posto dell’impianto corre nel selciato del cortile un percorso in acciaio leggermente incassato, che disegna a terra l’impronta del forno, il canale del fumo e la base del camino. Dove sorgeva la ciminiera si alza una stele metallica, detta Pietà P.N. 30, tre profili sfalsati in altezza che risalgono in verticale come il fumo. È tutto quello che resta dell’impianto, e lo si attraversa camminando.

Quante persone morirono qui, e perché il museo non dà un numero
Quante furono le vittime della Risiera? Il pannello del museo dedicato all’argomento comincia dichiarando che allo stato attuale della ricerca storica un dato preciso non esiste, né sul numero dei prigionieri che passarono per il Polizeihaftlager né sul numero di quelli che vi furono uccisi.
Quello che si può dire è chi sostiene che cosa. Al processo del 1976 venne ipotizzata la cifra di «non meno di 2.000 vittime»; alcuni storici indicano un numero superiore, fra le 4.000 e le 5.000. Il giornalista sloveno Albin Bubnič, del Primorski Dnevnik, presentò ai giudici un elenco parziale di 317 nominativi di persone soppresse nella Risiera, che oggi può essere portato a 349.
Le vittime furono in massima parte esponenti della Resistenza italiana, slovena e croata, ostaggi catturati nei rastrellamenti e civili arrestati come sospetti fiancheggiatori dei partigiani. Al loro numero si aggiungono i circa venticinque ebrei che risultano uccisi dentro il Lager perché ritenuti incapaci di affrontare il viaggio o accusati di infrazioni al regolamento.
Chi cita un numero solo sta quindi scegliendo fra stime che divergono di più del doppio. Il memoriale non sceglie, e neppure questa pagina.
Il processo del 1976, e come andò a finire
Il processo per i crimini della Risiera si aprì davanti alla Corte d’assise di Trieste il 16 febbraio 1976, più di trent’anni dopo i fatti, e si chiuse con la sentenza del 29 aprile. Deposero 174 testimoni, fra sopravvissuti e familiari delle vittime costituiti parte civile, e cinque storici chiamati a ricostruire il contesto: Enzo Collotti, Tone Ferenc, Mario Pacor, Galliano Fogar e Teodoro Sala.
Gli imputati erano due ufficiali, August Dietrich Allers e Josef Oberhauser. Allers morì durante l’istruttoria e il procedimento a suo carico fu dichiarato estinto. Oberhauser, processato in contumacia, fu condannato all’ergastolo, e la Corte d’appello confermò la condanna nel 1978.
Quella pena non fu mai scontata: la Germania non estradava i propri cittadini, e Oberhauser rimase a Monaco. Nell’aprile del 2026, a cinquant’anni dall’apertura del dibattimento, il Palazzo di Giustizia di Trieste ha scoperto una lapide che lo ricorda.
Romano Boico: togliere e recintare, invece di aggiungere
Che cosa si vede oggi, se il forno è stato fatto saltare e gli edifici erano in rovina? Si vede un progetto di architettura, e conviene leggerlo come tale, perché è un memoriale costruito interamente per sottrazione: in Italia non ce ne sono molti altri.
Fra il 1966 e il 1969 il Comune di Trieste bandì due concorsi per il Museo della Resistenza. Il primo si chiuse senza vincitore, con la commissione che sospese il giudizio e segnalò tre progetti da sviluppare; il secondo, a inviti, vide in gara Romano Boico, Costantino Dardi e Gianugo Polesello, e lo vinse Boico (1910-1975). La cerimonia di inaugurazione si svolse il 24 aprile 1975, l’anno stesso della morte dell’architetto.
Boico ha descritto il proprio lavoro in poche righe, che il museo espone:
«Mi sono proposto di togliere e recintare più che di aggiungere. Eliminati gli edifici in rovina ho perimetrato il contesto con mura cementizie alte undici metri, articolate in modo da configurare un ingresso inquietante. Il cortile cintato si identifica, nell’intenzione, quale una basilica a cielo libero. L’edificio dei prigionieri è completamente svuotato e le strutture lignee scarnite di quel tanto che è parso necessario. Inalterate le diciassette celle e quella della morte. Nel cortile un terribile percorso in acciaio, leggermente incassato: l’impronta del forno, del canale del fumo e della base del camino.»
Ogni elemento del memoriale discende da quelle frasi, compresa la scelta di non commentare niente. Il progetto non aggiunge iscrizioni né sculture celebrative: quello che si incontra sono superfici nude e assenze segnate a terra.

L’ingresso inquietante, e il cortile come basilica a cielo libero
L’ingresso di cui parla Boico è un corridoio rettilineo largo tre metri, compresso fra due pareti di cemento che salgono per undici. Dall’imbocco non si vede il fondo, si vede una fessura di cielo. La compressione è calcolata: serve a staccare il memoriale dal quartiere che lo circonda e a togliere ogni vista laterale a chi entra.
Il corridoio sbocca sotto un portico e poi nel cortile, e a quel punto lo spazio si apre di colpo. Il muro di cemento che chiude il recinto sostituisce i due grandi capannoni industriali demoliti: al posto dei volumi c’è un perimetro, e dentro il perimetro c’è il vuoto. Boico lo chiama basilica a cielo libero, e la parola va presa alla lettera, perché il cortile ha le proporzioni di una navata e nessun tetto.
Sulla parete del percorso d’ingresso si allineano le lapidi deposte negli anni dalle comunità e dalle associazioni: fra le altre, quella della Comunità israelitica di Trieste, quella per i testimoni di Geova e quella per le vittime omosessuali della persecuzione. Sono venute dopo Boico, e sono l’unico testo che il memoriale contenga all’aperto.

La Sala delle Croci, cioè un edificio svuotato dei propri pavimenti
L’edificio a quattro piani sul lato del cortile ospitava molti dei prigionieri della Risiera, fra cui numerosi ebrei in attesa di deportazione. Boico lo ha svuotato dei solai, lasciando in piedi le sole orditure lignee: travi e controventi incrociati che ora attraversano un unico volume alto quattro piani, e che dal basso si leggono come una sequenza di croci.
Il nome che il luogo porta viene da lì, e non da un simbolo religioso aggiunto. È il risultato di una sottrazione: togliendo i pavimenti su cui i prigionieri stavano, Boico ha reso visibile la struttura che li reggeva, e la geometria del legno ha fatto il resto.
Attenzione: in questo periodo la Sala delle Croci è solo parzialmente accessibile, e l’ingresso al memoriale avviene da Piazzale De Simone.

Il Museo: gli oggetti restituiti e i disegni di Zoran Music
Il Museo occupa i locali che erano la mensa e la cucina del Lager ed è stato rinnovato nel 2016. Il percorso espositivo copre il fascismo di confine, la guerra e l’occupazione, l’antisemitismo e la Shoah nel Litorale, il collaborazionismo, la Resistenza e il processo, con i testi in italiano, sloveno e inglese.
Due donazioni ne hanno formato il nucleo. Nel 2000 la Comunità ebraica di Trieste ha consegnato una parte degli oggetti razziati agli ebrei del Litorale Adriatico, che gli Alleati avevano sequestrato ai nazisti in fuga e che erano poi rimasti dimenticati al Ministero del tesoro a Roma. Nel 2002 l’Associazione nazionale ex deportati di Trieste ha donato oggetti e documenti sulla deportazione politica.
C’è poi una sezione che riguarda l’arte, e la firmano artisti che dai campi sono passati. Il museo conserva le litografie e le acqueforti di Anton Zoran Music, nato a Gorizia nel 1909 e deportato a Dachau il 18 novembre 1944, dove disegnò di nascosto quello che vedeva; da quei fogli nacque, vent’anni più tardi, il ciclo Non siamo gli ultimi, che è una delle risposte figurative più note allo sterminio. Accanto ci sono i disegni di Giovanni Talleri, militare renitente, e quelli di Nereo Laureni, internato militare.
Nella Sala delle Commemorazioni, l’antica sala macchine che Boico ha trasformato in una cappella laica, si trova dal 1975 il gruppo scultoreo I Martiri di Marcello Mascherini, che è diventato l’immagine con cui la Risiera viene identificata. È l’unica opera d’arte del complesso, e sta esattamente dove il progetto di Boico non ne prevedeva nessuna.

Come ci si comporta qui
Il memoriale riceve circa centomila persone all’anno, in buona parte studenti, e chiede alcune cose che è meglio sapere prima di arrivare.
I telefoni vanno tenuti spenti o silenziosi per tutta la durata del percorso. Non si fuma, sigarette elettroniche comprese. Gli animali non sono ammessi.
Le fotografie sono permesse, e conviene dirlo perché molti danno per scontato il contrario e tengono la macchina in borsa per tutto il percorso.
Il pavimento è sconnesso nella cella della morte, nelle celle e nella Sala delle Croci, e il memoriale stesso invita a fare attenzione: le lastre di pietra sono irregolari, ci sono dislivelli e la luce è scarsa. Meglio scarpe chiuse e stabili.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 4 settembre 2026 sul sito ufficiale risierasansabba.it. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Ingresso. L’ingresso è libero e non richiede prenotazione per i singoli. Le comitive devono prenotare nei mesi da marzo a maggio.
Orari. Dal 1° marzo all’11 ottobre il memoriale apre tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00 e l’ultimo ingresso è alle 18.30. Dal 12 ottobre apre tutti i giorni dalle 9.00 alle 17.00 e l’ultimo ingresso è alle 16.30.
Che cosa è limitato. In questo periodo si entra da Piazzale De Simone e la Sala delle Croci è solo parzialmente accessibile.
Audioguida e visite guidate. L’audioguida costa 3,50 euro, esiste in sette lingue ed è consigliata dai dodici anni in su. Le visite guidate si prenotano tramite CoopCulture.
Dove si trova. Il memoriale occupa il civico 5 di via Giovanni Palatucci, nel quartiere di San Sabba, poco più di tre chilometri a sud di piazza Unità d’Italia.
Come arrivare. Dal centro ci arrivano gli autobus 8 e 10. In automobile esiste un parcheggio gratuito non custodito e uno stallo riservato ai disabili in via Rio Primario. All’ingresso ci sono le rastrelliere per le biciclette.
Quanto tempo chiede. Il percorso del monumento, cioè il corridoio, il cortile, le celle e la Sala delle Croci, richiede circa quaranta minuti. Aggiungendo il Museo e i suoi pannelli si arriva a un’ora e mezza.
Prima o dopo
La Risiera si raggiunge in un quarto d’ora di autobus dal centro e non si combina bene con nient’altro: conviene tenerla isolata, all’inizio o alla fine di una giornata, e non incastrarla fra due tappe leggere. Il resto della città è in Cosa vedere a Trieste in 2 giorni, che dà il quadro completo delle due giornate.
Se il tema del confine ti interessa, la stessa frontiera che rese Trieste una città della Zona d’Operazioni Litorale Adriatico si attraversa oggi in un’ora e mezza di strada verso Lubiana: molti dei prigionieri della Risiera erano sloveni, e la loro storia comincia dall’altra parte di quel confine.
Crediti fotografici: cortile, edificio dei prigionieri, celle, corridoio d’ingresso, muro di recinzione, Sala delle Croci e lapidi di Accurimbono (CC BY-SA 4.0); traccia del crematorio di Andrek02 (CC0); edifici in mattoni di Mivanci (pubblico dominio). Tutte da Wikimedia Commons.