Se sei venuto qui per i Giganti di Mont’e Prama, ho una notizia brutta da darti subito: non ci sono più. Le statue hanno lasciato Cagliari nella primavera del 2026 e oggi si vedono a Cabras, a centocinque chilometri di strada.

È la ragione per cui questo articolo esiste. Il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari viene raccontato quasi ovunque come il museo dei Giganti, e adesso quel racconto manda le persone nel posto sbagliato. Quello che il museo ha davvero, e che non ha nessun altro museo al mondo, sono i bronzetti nuragici: qualche centinaio di figurine di bronzo alte fra i dieci e i quaranta centimetri, fuse fra il Bronzo finale e la prima età del ferro.

Contano per una ragione precisa. La civiltà nuragica non ha lasciato una riga di scrittura, quindi tutto quello che sappiamo su come quella gente si vestiva, combatteva, pregava e navigava lo sappiamo perché lo ha modellato in bronzo. Dei Sanniti, che invece scrivevano in osco, resta anche il luogo in cui si riunivano: il santuario di Pietrabbondante, con il teatro dove sedevano i loro magistrati. L’altro caso italiano in cui una civiltà senza scrittura si racconta solo per immagini sono le stele antropomorfe dell’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans, ad Aosta.

l ingresso del museo archeologico nazionale di cagliari nella cittadella dei musei con il pino e la scultura

I Giganti sono a Cabras, e non torneranno

Cominciamo dalla cosa che cambia il viaggio. Nei primi mesi del 2026 l’intero complesso scultoreo di Mont’e Prama è stato trasferito da Cagliari al Museo civico Giovanni Marongiu di Cabras, nel Sinis: quarantuno pezzi, cioè venticinque statue, quindici modelli di nuraghe e un betile. Il trasporto si è chiuso il 4 marzo 2026 e la nuova sala ha aperto al pubblico il 5 aprile.

Il presidente della Fondazione Mont’e Prama ha dichiarato che a Cagliari non resta nessuna statua e nessun modello di nuraghe. La sistemazione di Cabras è a sua volta provvisoria: nel 2027 le opere passeranno alla Sala dei Giganti definitiva, sempre lì.

In pratica: se i Giganti sono il motivo del tuo viaggio, metti in conto un’ora e mezza di macchina verso nord-ovest e un giorno dedicato. Se invece sei a Cagliari per due giorni, il museo che trovi qui non è un ripiego, ed è quello che segue.

Un museo dentro una cittadella, e un piano chiuso

Il museo occupa l’angolo nord del quartiere Castello, dentro la Cittadella dei Musei costruita fra il 1956 e il 1979 su progetto di Libero Cecchini e Piero Gazzola. Al posto del Regio Arsenale e delle mura medievali, che la logica dell’epoca avrebbe raso al suolo, i due architetti hanno costruito attorno a quelle murature: cemento, vetro e conci di calcare del Trecento convivono nello stesso edificio, e il cortile d’ingresso è il posto giusto per accorgersene.

Il percorso si sviluppa su quattro livelli. Il piano terra è un racconto cronologico della Sardegna dal neolitico all’alto medioevo; i piani superiori seguono un criterio topografico, sito per sito.

Attenzione: il terzo piano è chiuso per il proseguimento del riallestimento, e il percorso comincia dalla vetrina 0.9 anziché dalla prima. Lo dichiarano sia SardegnaCultura sia il portale del Comune, e vale la pena saperlo prima di salire le rampe.

I bronzetti: che cosa sono, davvero

Che cos’è un bronzetto nuragico? Non è una statuetta decorativa e non è un giocattolo: è un ex voto. Se ne conoscono oltre cinquecento in tutta l’isola, e vengono quasi tutti da pozzi sacri, templi e ripostigli, dove venivano infissi su basi di pietra a comporre delle scene. Chi li offriva metteva davanti alla divinità una figurina che rappresentava se stesso, il proprio mestiere o il proprio dono.

Sono fusi a cera persa, in serie ma mai identici, e la loro data li colloca fra la fine dell’età del bronzo e la prima età del ferro, cioè fra il decimo e il settimo secolo avanti Cristo circa. Alcuni frammenti da Orroli e Ballao spingono l’origine molto più indietro.

Guardali come si guarda un catalogo: capi, arcieri, offerenti, lottatori, madri, buoi, mufloni, barche. Messi insieme restituiscono la fotografia di una società, ed è l’unica che abbiamo.

Il capotribù: il potere in trenta centimetri

bronzetto nuragico del capotribu con mantello berretto bastone e pugnale sul petto

Il pezzo che apre la serie viene dal santuario di Santa Vittoria di Serri, è alto una trentina di centimetri e vale come manuale di iconografia. Guarda come è costruito il personaggio: un berretto piatto, un ampio mantello che ricade a pannelli rigidi ai due lati, una tunica corta, un pugnale appeso di traverso sul petto, un bastone nodoso nella mano sinistra e la destra alzata nel gesto del saluto o della benedizione.

Ogni dettaglio è un segno di rango. Il mantello è pesante, e chi lo porta non lavora; il pugnale è un’arma da cerimonia e non da guerra; il bastone è l’insegna di chi comanda. Non sappiamo se fosse un capo politico o un sacerdote, e forse la distinzione non aveva senso.

Nello stesso museo c’è un secondo capotribù, dallo stesso schema e più grande: viene da Monte Arcosu, nel territorio di Uta, misura una quarantina di centimetri ed è il bronzetto nuragico più grande finora ritrovato.

La madre dell’ucciso, che nessuno si aspetta di trovare qui

bronzetto nuragico della madre dell ucciso con la donna seduta che regge il giovane guerriero morto

Viene da Sa Domu ’e s’Orcu di Urzulei, in Ogliastra, e ha un nome che gli archeologi hanno preso in prestito dalla storia dell’arte: la madre dell’ucciso, che qualcuno chiama anche la Pietà nuragica.

Una donna siede su uno sgabello, con la veste che le scende diritta fino ai piedi nudi. Di traverso sulle sue ginocchia è appoggiato un giovane guerriero morto: porta un berretto e ha la testa rovesciata all’indietro, verso destra, mentre le braccia gli ricadono senza forza. Lei lo tiene con una mano sola e guarda avanti.

Il paragone con Michelangelo si fa da solo e non spiega niente, perché fra le due opere corrono venticinque secoli e nessun rapporto. Quello che dice questo bronzetto è un’altra cosa: che nella Sardegna del ferro qualcuno ha voluto fissare in metallo un dolore privato, e ha trovato per farlo la posa più economica possibile.

Le navicelle: barche votive con animali a bordo

navicella nuragica in bronzo con protome di cervo cani e uccelli sul parapetto

Le navicelle sono la seconda famiglia di bronzi del museo, e sono l’oggetto più strano della collezione. Hanno la forma di una barca a fondo piatto, con il parapetto traforato, un anello di sospensione al centro e la prua che termina in una testa di animale: cervo, bue, muflone, ariete.

Sul parapetto camminano uccellini e cani, appoggiati come se la barca fosse un ponte. Nessuna di queste imbarcazioni può avere navigato, perché sono piccole e piene di aperture: erano lampade sospese, o offerte, o entrambe le cose.

La domanda che si porta dietro è la migliore del museo. Perché un popolo che l’archeologia ha raccontato per un secolo come chiuso nei propri nuraghi dedicava tanto bronzo alle barche? La risposta, oggi, è che quel popolo navigava eccome, e i suoi oggetti si trovano in Etruria e nella penisola iberica.

La stele di Nora: la prima riga scritta in Sardegna

la stele di nora con l iscrizione fenicia incisa e tracce di pigmento rosso

Un blocco di pietra alto circa un metro, otto righe di lettere incise e ancora venate di rosso: la stele di Nora è il più antico documento scritto della Sardegna, databile fra l’850 e il 725 avanti Cristo, e proviene dal convento dei frati mercedari di Pula.

L’iscrizione è in fenicio, e in una delle righe compare la sequenza di consonanti che si legge Shrdn: è la più antica attestazione conosciuta del nome della Sardegna. La traduzione del resto è discussa da un secolo e mezzo, e ogni generazione di semitisti ne propone una diversa.

Fermati un momento davanti a questa pietra, perché segna un confine. Tutto quello che hai visto nelle sale precedenti è muto per definizione; da qui in poi l’isola comincia a parlare, e lo fa in una lingua venuta da fuori.

Il piano fenicio, punico e romano

vetrina con decine di mani e avambracci votivi in terracotta al museo archeologico di cagliari

Salendo, il museo cambia mondo. Arrivano i materiali di Nora, Bithia, Monte Sirai, Sant’Antioco e Tharros, cioè le città che i fenici fondarono sulle coste, e poi la Cagliari punica e romana, con i corredi che vengono dalla necropoli di Tuvixeddu e dallo stagno di Santa Gilla.

La vetrina che più colpisce non contiene oro. Sono decine di mani e avambracci di terracotta, offerti come ex voto nei santuari: si chiedeva la guarigione della parte malata e si lasciava alla divinità il calco di quella parte. Guardali insieme, ammassati su due ripiani, e ti accorgi che è un archivio di malattie.

Il piano romano chiude con i ritratti, le iscrizioni e le statue delle ville. È la parte che quasi tutti attraversano di corsa, e spiega come mai tutto il resto sia finito sottoterra.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 7 settembre 2026 incrociando SardegnaCultura, il portale della Regione Sardegna, e Cagliari Turismo del Comune di Cagliari, perché il sito ufficiale dei Musei nazionali di Cagliari rifiuta le richieste automatiche. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. L’intero costa 10 euro ed è unico per il museo archeologico e per la Pinacoteca Nazionale; comprende anche la Cannoniera cinquecentesca. Il ridotto costa 5 euro, mentre i cittadini dell’Unione Europea fra i 18 e i 25 anni pagano 2 euro.

Gratuità. Entrano gratis i minori di 18 anni, le persone con disabilità e il loro accompagnatore, oltre alle altre categorie previste dalle norme nazionali. La prima domenica del mese l’ingresso è libero per tutti.

Orari. Il museo apre tutti i giorni dalle 8:30 alle 19:30, e la biglietteria chiude alle 18:45. Non c’è giorno di chiusura settimanale, il che a Cagliari è un’eccezione.

Attenzione: la biglietteria è una sola. Sta all’ingresso del museo archeologico, e alla Pinacoteca si accede soltanto passando di qui. I biglietti si comprano anche sull’app e sul portale Musei Italiani.

Come arrivare. Il museo è in piazza Arsenale 1, nella Cittadella dei Musei, all’estremità nord del quartiere Castello. Dalla stazione centrale si cammina venti minuti in salita, oppure si prende l’ascensore pubblico del Bastione e si attraversa il quartiere. L’edificio è accessibile su tutti i livelli aperti.

Quanto tempo chiede. Il percorso completo chiede due ore e mezza. Con un’ora si vedono i bronzetti e la stele di Nora, che sono il motivo per cui si viene.

Come incastrarlo nella giornata

Il museo non chiude mai, e questo lo rende il pezzo più flessibile del programma: mettilo dove ti conviene. L’unico vincolo vero è la biglietteria che chiude alle 18:45, quindi un ingresso dopo le 17:00 lascia poco tempo per due collezioni.

Nella stessa Cittadella c’è la Pinacoteca Nazionale con i retabli sardo-catalani, che rientra nello stesso biglietto: fare i due musei in blocco, con una pausa nel cortile, è il modo più sensato di usarlo. Cinque minuti a piedi più in basso c’è la cattedrale di Santa Maria con il santuario dei martiri, mentre fuori dalle mura ti aspetta la basilica di San Saturnino, che invece chiude alle 15:30 e va messa di mattina.

Il percorso completo dei due giorni è nella guida su cosa vedere a Cagliari.

Fotografie: l’ingresso della Cittadella di Unukorno (CC BY 4.0), le mani votive di Apenne (CC BY-SA 4.0), il capotribù, la madre dell’ucciso, la navicella e la stele di Nora di Sailko (CC BY 3.0), da Wikimedia Commons.