C’è una pittura italiana del Quattrocento che a scuola non si studia, e non perché sia minore: perché non è italiana. La Pinacoteca Nazionale di Cagliari conserva la più importante raccolta al mondo di retabli sardo-catalani, cioè di grandi macchine d’altare dipinte in Sardegna quando l’isola faceva parte della Corona d’Aragona e guardava a Barcellona e a Valencia, non a Firenze.

La conseguenza si vede subito, appena entri. Qui non c’è la prospettiva di Piero, non c’è il disegno fiorentino, non c’è il modo italiano di far respirare le figure nello spazio. C’è l’oro a fondo pieno, ci sono le architetture gotiche intagliate e dorate, e ci sono facce dipinte con un realismo che viene dai Paesi Bassi passando per la Spagna.

Il museo occupa tre piani della Cittadella dei Musei, sopra il museo archeologico, e quasi nessuno ci arriva perché quasi nessuno sa che esista. È la sala più tranquilla di Cagliari.

predella dipinta con sette santi a mezza figura sotto archetti dorati e al centro il cristo morto sorretto da un angelo

Che cos’è un retablo, e perché in Sardegna

Che differenza c’è fra un retablo e una normale pala d’altare? Una pala italiana è quasi sempre una tavola sola, dentro una cornice. Un retablo è un’architettura: decine di scomparti dipinti montati su un telaio di legno intagliato e dorato, alto anche cinque metri, con una predella in basso che racconta storie in piccolo, gli scomparti principali al centro, i santi nelle ali laterali e un coronamento in cima.

Serviva a coprire tutta la parete dietro l’altare, e a raccontare per immagini a chi non sapeva leggere. È la forma tipica della Spagna mediterranea, e arriva in Sardegna con i re d’Aragona, che governano l’isola dal Trecento.

Nel primo Quattrocento i retabli si commissionano direttamente in Catalogna e arrivano via mare. Poi succede la cosa interessante: le botteghe si trasferiscono a Cagliari, e la pittura si fa sarda.

Il retablo di San Bernardino, e la predella che si è mangiata metà

Il pezzo del 1455 firmato da Joan Figuera e Rafael Thomas è il documento di quel passaggio. Della macchina originale la Pinacoteca espone anche la predella, che è la fotografia in apertura di questo articolo, e che va guardata da vicino per due motivi.

Il primo è che funziona come una fila di ritratti. Sotto una teoria di archetti gotici dorati, sette figure a mezzo busto sporgono da un parapetto: un uomo in nero con un libro, san Michele in armatura con le ali rosse e la croce sulla veste, il Battista con l’agnello, al centro il Cristo morto sorretto da un angelo, poi un vescovo barbuto con il libro rosso aperto e il pastorale, un cavaliere con il cappello piumato, e san Paolo con la spada.

Il secondo motivo è più crudo: metà della tavola non ha più colore. Sotto la linea dei parapetti c’è solo la preparazione di gesso, chiara e nuda. Nessuno l’ha ridipinta, e questa è una scelta di restauro giusta: si vede come è fatta una tavola sotto la pittura.

Il Maestro di Castelsardo, l’anonimo più bravo dell’isola

scomparto dipinto con san francesco che predica da un pergamo di pietra a una folla di ascoltatori in abiti quattrocenteschi

Non sappiamo come si chiamasse. Gli storici dell’arte lo hanno battezzato Maestro di Castelsardo dal luogo di un suo retablo, e opera fra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento.

Lo scomparto qui sopra viene dal suo Retablo della Porziuncola, oggi smembrato, e mostra la predica di san Francesco. Il santo occupa l’angolo in alto a sinistra, su un pergamo di pietra, dipinto in tinte chiare e ferme che lo fanno somigliare a una statua. Tutto il resto della tavola è occupato dagli ascoltatori: un vescovo con la mitria e il piviale ricamato, un frate incappucciato, uomini con cappelli verdi e rossi, uno che si tiene la testa fra le mani, un altro seduto su una sedia di legno con la schiena verso di noi.

Guarda le facce una per una, perché è lì che sta la novità. Non sono tipi: sono persone diverse, con nasi diversi e età diverse, dipinte da qualcuno che aveva visto la pittura fiamminga. In una chiesa sarda del 1500 questo era un mondo nuovo.

Il Retablo di Sant’Eligio e le sue lacune

retablo di sant eligio con il santo vescovo in trono al centro le ali laterali e la predella dorata

Il Maestro di Sanluri firma, per convenzione, questa macchina dedicata a sant’Eligio, il vescovo di Noyon che di mestiere faceva l’orefice ed è il patrono degli orafi e dei maniscalchi.

È il retablo che rende meglio l’idea della struttura, perché è esposto quasi integro, con le ali laterali aperte come un armadio. Al centro il santo in trono, attorno i vescovi e i santi negli scomparti, san Sebastiano legato all’albero sulla destra; in basso corre una predella dorata con sei scene della vita del santo, minuscole e affollate.

Anche qui la perdita è parte dell’opera. Diversi scomparti hanno perso il colore e sono rimasti campi d’oro vuoto, con qualche isola di pittura superstite: guardarlo insieme alla predella di Figuera fa capire quanto poco basti perché cinque secoli si portino via una storia.

I Cavaro, la bottega di Stampace

tavola di pietro cavaro con sant agostino in abito nero e stola dorata la mitria a terra il crocifisso e la madonna che allatta

Nel Cinquecento la pittura sarda ha finalmente dei nomi, e sono quasi tutti della stessa famiglia. La bottega dei Cavaro lavora nel quartiere cagliaritano di Stampace, ai piedi di Castello, e attraversa tre generazioni: Lorenzo, poi Pietro, che è il più forte, poi suo figlio Michele.

La Visione di Sant’Agostino di Pietro Cavaro è la tavola da cui non ti sposti. Il santo sta in piedi al centro in abito nero e stola dorata, con il pastorale in mano e la mitria posata per terra ai suoi piedi, e alza gli occhi verso l’alto. Ai due lati, oltre un muretto, si aprono due visioni: a sinistra il Crocifisso in un paesaggio, a destra la Madonna che allatta il Bambino, seduta e vestita di bianco.

Quello che colpisce è la scelta cromatica. Il pittore rinuncia all’oro e costruisce tutto su bianchi, grigi e ori spenti, con un solo accento di azzurro nel cielo di sinistra. È pittura spagnola matura, con l’aria del primo Cinquecento, dipinta in una città che da Valencia dista ottocento chilometri di mare.

Il Giudizio universale, e come si guarda un retablo smembrato

due scomparti di retablo con annunciazione adorazione dei magi giudizio universale e due santi

L’ultima sala mette in fila quello che resta del Retablo del Giudizio universale, riferito alla bottega di Lorenzo Cavaro, e serve da lezione su come sono arrivate a noi queste opere.

Vedi due tavole alte e strette, appese l’una accanto all’altra come quadri. Non erano quadri: erano le due ali di una macchina che ne aveva molte altre. Ognuna porta due registri sovrapposti. In alto a sinistra un’Annunciazione, con l’angelo dalle ali rosse; in alto a destra l’Adorazione dei Magi davanti a una capanna. Nel registro inferiore di sinistra c’è il Giudizio: il Cristo in gloria fra i beati, i risorti che escono dalla terra e, in fondo, un inferno affollato di diavoli e di corpi. A destra due santi in piedi, uno dei quali è sant’Antonio abate, in nero, con il bastone, il campanello e il libro rosso, e ai loro piedi una piccola committente inginocchiata.

Perché quasi tutti i retabli della Pinacoteca sono a pezzi? Perché nel Sette e nell’Ottocento le chiese sarde hanno rifatto gli altari in stile nuovo, e le macchine di legno sono state smontate e vendute a pezzi. Il museo ha ricomposto quello che ha potuto e lascia il resto in ordine sparso, che è più onesto di una ricostruzione inventata.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 7 settembre 2026 incrociando SardegnaCultura, il portale della Regione Sardegna, e Cagliari Turismo del Comune di Cagliari, perché il sito ufficiale dei Musei nazionali di Cagliari rifiuta le richieste automatiche. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. Il biglietto è unico con il Museo Archeologico Nazionale e costa 10 euro; comprende anche la Cannoniera cinquecentesca. Il ridotto costa 5 euro, mentre chi ha fra i 18 e i 25 anni paga 2 euro.

Attenzione: alla Pinacoteca si entra solo dal museo archeologico. La biglietteria e il bookshop sono là dentro, e non esiste un ingresso indipendente. Se il tuo tempo è poco, comprare il biglietto significa comunque attraversare l’altro museo.

Orari. La Pinacoteca apre tutti i giorni dalle 8:30 alle 19:30, con la biglietteria che chiude alle 18:45. Non c’è chiusura settimanale.

Gratuità. Entrano gratis i minori di 18 anni e le altre categorie previste dalle norme nazionali, e la prima domenica del mese l’ingresso è libero per tutti.

Come arrivare. L’indirizzo è piazza Arsenale, dentro la Cittadella dei Musei, nel quartiere Castello. Dalla stazione centrale si sale a piedi in venti minuti passando dal Bastione, che ha anche un ascensore pubblico.

Quanto tempo chiede. Un’ora e un quarto per i tre piani. Se hai quaranta minuti, resta al piano dei retabli quattrocenteschi e salta il Novecento.

Come incastrarla nella giornata

La Pinacoteca condivide biglietto, porta e orari con il museo archeologico, quindi la scelta non è se vederla ma quanto tempo lasciarle. Il consiglio, dopo averlo provato: entra prima qui, quando gli occhi sono riposati, e passa dopo all’archeologico, che è più lungo e più faticoso.

I bronzetti nuragici del museo archeologico sono nello stesso edificio. Scendendo verso piazza Palazzo si arriva in cinque minuti alla cattedrale di Santa Maria, dove la pittura sarda del Cinquecento torna nelle cappelle, e più giù, fuori dalle mura, ci sono la basilica di San Saturnino e la necropoli di Tuvixeddu.

La pinacoteca sta nella cittadella dei musei, cioè nello stesso recinto del museo archeologico: come si incastrano in una giornata lo spiego in cosa vedere a Cagliari in due giorni.

Fotografie di Alessandra Imbellone, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons.