Dal marciapiede di via dei Fori Imperiali, il Foro di Traiano sembra un enorme pavimento scavato: muri bassi, colonne spezzate, il Quirinale tagliato alle spalle. È difficile immaginare che, per i romani, fosse una piazza chiusa da portici, statue e cornici alte quanto palazzi.

I pezzi che permettono di ricostruirla non sono rimasti negli scavi. Sono saliti qui, nel grande edificio di mattoni che abbraccia il fianco del colle: i Mercati di Traiano, sede del Museo dei Fori Imperiali. Fra queste sale i frammenti non restano in vetrina uno per uno, ma tornano a formare colonne, ordini architettonici e rilievi a grandezza reale.

Il nome, però, inganna. Non erano i mercati della Roma antica nel senso in cui immaginiamo oggi un mercato: erano un complesso legato al funzionamento dei Fori. E questa è la cosa più interessante della visita, perché qui non impari soltanto a riconoscere le opere: impari a guardare di nuovo le rovine che hai appena attraversato.

Come si rimette in piedi un edificio di cui restano soltanto i pezzi caduti?

Si parte!

1. Il rilievo con gli Amorini tauroctoni

Il primo pezzo che incontri veniva dalla decorazione esterna del Tempio di Venere Genitrice, il tempio che Cesare dedicò nel suo foro alla dea da cui la sua famiglia sosteneva di discendere.

Il catalogo del museo lo registra come ricomposizione di rilievo figurato con Amorini nell’atto di sacrificare tori, disposti in schema divergente: le coppie, cioè, si voltano le spalle. Gli amorini tauroctoni sono putti alati che uccidono un toro, un motivo che nell’arte antica torna spesso e che qui correva lungo il fianco dell’edificio.

Che cosa significa «ricomposizione» nel cartellino di un museo?

I frammenti superstiti sono stati rimontati nella loro posizione originale, con le lacune lasciate visibili invece che colmate. È il metodo con cui è costruito quasi tutto questo museo, ed è anche il motivo per cui va guardato da lontano prima che da vicino: da vicino vedi le fratture, da qualche passo indietro vedi il fregio.

2. La cornice con mensole del Tempio di Marte Ultore

Il secondo pezzo chiudeva in alto il muro esterno del Tempio di Marte Ultore, nel Foro di Augusto, ed è una ricomposizione di cornice con mensole.

Una cornice con mensole è l’elemento che chiude in alto una parete, sporgendo verso l’esterno e poggiando su una fila di blocchi aggettanti. Serve a due cose contemporaneamente: a buttare lontano dal muro l’acqua piovana e a creare, sotto, una fascia d’ombra continua che disegna il profilo dell’edificio contro il cielo.

Davanti a questo pezzo quello che conta sono le dimensioni. Sono blocchi che correvano in cima alla parete, dove nessuno li avrebbe mai visti da vicino: guardandoli all’altezza degli occhi capisci quanto fossero lavorati anche nelle parti che, dalla strada, erano solo una riga scura.

3. Il clipeo con la testa di Giove

Dal Foro di Augusto viene un frammento di clipeo con una testa di Giove: il clipeo è lo scudo tondo scolpito.

Sull’attico dei portici di quel foro i clipei con teste di Giove Ammone si alternavano a cariatidi, cioè a figure femminili che fanno da sostegno al posto di una colonna. Non era decorazione libera: quel foro era un programma politico costruito per immagini, e la fila di clipei e cariatidi correva sopra le nicchie che ospitavano le statue dei grandi personaggi della storia romana.

Guardalo pensando che non era un pezzo unico ma una serie. La Roma imperiale lavorava per ripetizione: lo stesso motivo, decine di volte, lungo tutto il portico, fino a diventare un ritmo invece che una figura.

4. L’ordine dei portici del Foro di Augusto, rimontato

Il quarto pezzo è quello che rende questo museo diverso da tutti gli altri depositi archeologici della città, ed è anche la risposta alla domanda con cui ho aperto.

La ricomposizione dell’ordine dei portici del Foro di Augusto rimette in piedi, a grandezza reale, una porzione del fronte di quei portici, ed è esposta nella Grande Aula, la sala più importante del museo. I frammenti originali in marmo di Luna sono montati insieme a calchi in resina e a integrazioni in pietra calcarea, e i materiali si distinguono a vista.

Le cariatidi che reggono l’attico, tra l’altro, non sono un’invenzione romana: ricalcano quelle dell’Eretteo, sull’acropoli di Atene. Augusto citava la Grecia classica dentro il proprio foro, e la citava alla lettera.

È una scelta museografica precisa, e capirla cambia quello che vedi. Si poteva esporre ogni frammento in una vetrina, con il suo cartellino, e lasciare a te il compito di immaginare l’insieme: sarebbe stato più rigoroso e completamente inutile, perché l’architettura si capisce solo in alzato. Mettendo il calco accanto al pezzo vero si accetta un compromesso, e in cambio si restituisce quello che i Fori hanno perso più di ogni altra cosa: l’altezza.

Dopo questa sala, torna a guardare gli scavi dei Fori dalla strada: adesso sai che cosa manca sopra quei muri.

5. Le statue con la corazza e la toga

Sempre dal Foro di Augusto vengono statue maschili e femminili in piedi, alcune con la corazza e altre in toga.

Le due vesti non sono un dettaglio di guardaroba, sono due ruoli. La corazza, il torace modellato a muscoli e le falde di cuoio dicono il comando militare; la toga, con il suo panneggio pesante e il braccio raccolto, dice la carica civile. Un romano che passava davanti a quelle statue leggeva la differenza alla velocità con cui noi leggiamo un’uniforme.

È quel che resta di un allestimento che aveva una regola. Nelle nicchie dei portici e delle esedre erano allineati i summi viri, i grandi uomini della storia di Roma, ciascuno con sotto una lastra iscritta che ne riassumeva la carriera; nella nicchia centrale di un’esedra c’era Enea che fugge da Troia con il padre sulle spalle, in quella opposta Romolo. Augusto si metteva in fondo a quella fila.

6. I frammenti con i calzari e il panneggio

Accanto alle statue intere sono esposti i frammenti con calzari e panneggio, e fra questi c’è il mulleus, il calzare alto e rosso che a Roma spettava in origine ai soli patrizi e poi ai senatori e ai magistrati curuli.

I frammenti di questo tipo sembrano la parte meno interessante di un museo archeologico, e sono invece quella che gli studiosi usano di più, perché un piede calzato dice il rango di chi indossava quella scarpa anche quando la statua ha perso la testa, le braccia e il nome. Il dettaglio che il vandalismo antico non si preoccupava di togliere è quello che oggi ne dice il rango.

7. La collezione di anfore, in una cisterna del Seicento

La settima opera è romana, ma il mobile che la contiene no: è la sorpresa del percorso.

Al livello dell’ingresso, la collezione di anfore è esposta dentro una cisterna seicentesca, un ambiente di quindici secoli più giovane degli oggetti che contiene. È anche uno degli allestimenti più nuovi del museo.

Le anfore erano i container del Mediterraneo antico: trasportavano vino, olio e salse di pesce, si buttavano o si riusavano a destinazione, e la loro forma dice da dove venivano. Metterle in una cisterna, che è a sua volta un contenitore di liquidi, è una battuta d’autore, e funziona.

l’interno della grande aula dei mercati di traiano, con le volte a crociera in conglomerato grezzo, il ballatoio in legno e le tabernae incorniciate in travertino

E l’edificio che contiene tutto questo?

L’edificio, che è l’opera più grande di tutte

Il museo occupa un complesso in laterizio costruito sul fianco del Quirinale, e ti conviene guardarlo come guarderesti un reperto.

La Grande Aula è lo spazio principale: due livelli sovrapposti di ambienti affacciati su una navata centrale, con le porte incorniciate di travertino, gli archi di scarico in mattoni sopra gli architravi e le grandi volte a crociera in conglomerato, lasciate grezze, che coprono tutta la sala. Una passerella corre a mezza altezza e permette di guardare la navata dall’alto: è il punto da cui capisci meglio come sta in piedi.

Dall’esterno, dal lato del Foro, il complesso si presenta come un emiciclo su due ordini di arcate e finestre, che segue la curva dell’esedra del Foro di Traiano. Sopra, staccata e più alta di tutto, c’è la Torre delle Milizie, la torre merlata medievale che hai nell’inquadratura anche tu, se hai fotografato questo scorcio, quasi certamente senza sapere che cosa fosse.

Resta una cosa da dirti sul nome, perché il museo non si chiama come l’edificio. «Mercati di Traiano» è una definizione moderna e nell’antichità non esisteva. Nacque dall’idea che il complesso fosse il centro commerciale della Roma antica, e gli studi più recenti la smentiscono: le strade interne non erano percorribili dai carri, e la funzione prevalente sembra essere stata quella amministrativa: uffici e archivi legati ai Fori Imperiali, con il commercio ridotto a una parte minore. Il museo si chiama infatti Museo dei Fori Imperiali, non museo dei mercati.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 13 settembre 2026 sul sito ufficiale dei Mercati di Traiano. Prima di partire ricontrolla su mercatiditraiano.it, perché prezzi e orari cambiano e quelli qui sotto portano la data di oggi.

Attenzione: questo museo non fa parte del biglietto cumulativo del Museo Nazionale Romano. È un museo comunale, gestito da Roma Capitale nel sistema Musei in Comune, e ha un biglietto suo. Chi si presenta alla cassa con il cumulativo statale in mano deve comprare un altro titolo.

Biglietti. L’intero per i non residenti costa 19,50 euro e comprende il percorso archeologico e il museo; il ridotto per i non residenti costa 14,00 euro. La prevendita, online oppure in biglietteria per i giorni successivi e soltanto con carta, aggiunge 1 euro. Dal febbraio 2026 l’ingresso è gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana, che devono esibire un documento: è una condizione legata alla residenza, quindi il numero che conta per chi arriva da fuori resta 19,50 euro.

Orari. Il museo apre tutti i giorni, 9:30-19:30, e l’ultimo ingresso è alle 18:30. Non ha un giorno di chiusura settimanale: resta chiuso soltanto il 1° maggio e il 25 dicembre, e osserva orari ridotti il 24 e il 31 dicembre.

Come arrivare. La metro B ferma a Colosseo e da lì si risale via dei Fori Imperiali a piedi in dieci minuti; gli autobus fermano a piazza Venezia. L’ingresso è in via IV Novembre 94, sul lato alto del complesso e non sul lato dei Fori: presentarsi dalla parte dei Fori è l’errore che fanno quasi tutti.

Quanto tempo prevedere. Le sette opere di questo articolo e la Grande Aula occupano un’ora e mezza. Metti in conto due ore se percorri anche i livelli superiori, da cui si osservano i Fori dall’alto.

Le mostre temporanee. Il programma in corso lo aggiorno ogni mese nella tabella delle mostre a Roma. Questo articolo racconta il percorso permanente.

Cosa vedere intorno

Sei nel punto esatto in cui la Roma antica e la Roma di oggi si sovrappongono, e le cose da abbinare sono tre.

La prima è la vista sui Fori dalla strada, che adesso sai leggere: dopo aver visto l’ordine dei portici rimontato, sai che cosa mancava sopra quei muri bassi. La seconda è il Foro Romano e il Palatino, che comincia a duecento metri e racconta la fase precedente. La terza è il Colosseo, in fondo alla via.

A cinquanta metri, in piazza Venezia, c’è il Vittoriano, che si può salire e che offre il miglior punto in alto su tutto questo.

Se invece ti interessa dove sono finite le statue che questi fori contenevano, la risposta si trova in gran parte a Palazzo Massimo e a Castel Sant’Angelo: il primo è la raccolta dello Stato, il secondo è il mausoleo che chiude, a valle, la stessa storia imperiale.

Crediti fotografici: emiciclo dei Mercati di Traiano di Alexkom000 (CC BY 4.0); Grande Aula di Amphipolis (CC BY-SA 2.0), da Wikimedia Commons.