Nella navata destra della cattedrale di Genova, appoggiata su un basamento e senza quasi nessuna spiegazione attorno, sta una bomba. È una granata navale da 381 millimetri, alta più di un metro, e la storia che porta con sé è il modo migliore per cominciare a raccontare questa chiesa.
La sparò la corazzata britannica Malaya la mattina del 9 febbraio 1941, durante il bombardamento navale di Genova. Il proiettile colpì la cattedrale, attraversò il tetto e due muri, rimbalzò all’interno e si fermò senza esplodere. Fu disinnescato nei giorni successivi. Quella che si vede oggi è una riproduzione a grandezza naturale, e vale la pena saperlo: l’ordigno originale non è più lì.
Attenzione agli orari del Museo del Tesoro, che è la parte più interessante del complesso e ha un calendario suo: apre dal lunedì al sabato, solo la mattina e il tardo pomeriggio, e la domenica è chiuso. Andare a San Lorenzo di domenica significa vedere la chiesa e basta.
Le fasce bianche e nere non sono una decorazione
Perché tante chiese liguri e toscane hanno la facciata a righe? A Genova la risposta non è estetica ma giuridica. L’alternanza fra il marmo bianco di Carrara e la pietra nera di promontorio, una calcarea scura estratta a pochi chilometri dalla città, era un privilegio che la Repubblica concedeva soltanto alle famiglie che avevano reso un servizio riconosciuto allo Stato.
Chi non l’aveva ottenuto non poteva usare quella combinazione sul proprio palazzo, e chi l’aveva ottenuto la esibiva sul portale di casa come un titolo. La cattedrale se la prende su tutta la facciata, sulle fiancate e sul campanile, perché è la chiesa della città intera.
La facciata, tirata su fra il 1230 e il 1312, è gotica di importazione francese, con tre portali strombati e una loggia. I due leoni di marmo ai lati della scalinata sono ottocenteschi, aggiunti nel 1840, e su di loro si siedono i genovesi da quasi due secoli.


Il campanile che non è mai stato finito e la torre che è rimasta
Guarda i due lati della facciata: sono diversi. A destra c’è il campanile, completato nel Cinquecento con una cuspide piramidale; a sinistra c’è un tronco tozzo che si ferma all’altezza della loggia. Era la seconda torre, prevista dal progetto e mai portata a termine per mancanza di soldi.
È il tipo di dettaglio che rende leggibile un cantiere lungo tre secoli. La stessa cattedrale mescola pietre romaniche nella parte bassa delle fiancate, gotico francese in facciata, un tiburio rinascimentale di Galeazzo Alessi sopra il transetto e cappelle barocche all’interno.

La cappella di San Giovanni Battista, cioè il motivo per cui esiste il tesoro
Nella navata sinistra si apre una cappella rinascimentale interamente rivestita di marmo, costruita fra il 1450 e il 1496 per conservare le reliquie del Battista, che i genovesi dicevano portate in città da Mira nel 1098, al ritorno dalla prima crociata.
La cappella ha una regola che ha resistito per secoli: le donne non potevano entrarci. La proibizione risaliva alla convinzione che una donna, Salomè, avesse causato la morte del santo, e fu revocata solo nel Novecento. L’arca processionale d’argento che conteneva le reliquie usciva una volta l’anno, il 24 giugno, portata a spalla fino al porto per la benedizione del mare.
Il Battista è il patrono di Genova, e tutto il tesoro della cattedrale ruota intorno al suo culto. È il modo giusto per entrare nel museo che sta sotto.

Il Museo del Tesoro: il contenitore vale quanto il contenuto
Sotto il presbiterio, in un ambiente scavato nella roccia a cui si scende da una porta laterale, sta uno dei musei più belli d’Italia, e quasi nessuno ne parla. Lo progettò Franco Albini fra il 1952 e il 1956, e da allora è materia di studio nelle scuole di architettura.
Albini non costruì sale: costruì quattro camere circolari in pietra di promontorio a vista, coperte da false cupole a filari sporgenti, buie, collegate da un corridoio stretto. Gli oggetti stanno su supporti sottili che sembrano non toccare niente, illuminati uno per uno nel buio. L’effetto è quello di una tomba a tholos, e la citazione è voluta: si scende in un luogo sotterraneo per vedere cose che sono state a lungo nascoste.
Se ti interessa la museografia italiana del Novecento, questo è uno dei tre o quattro luoghi da vedere, insieme al Castelvecchio di Carlo Scarpa. È anche il motivo per cui il museo merita la visita di chi le reliquie lasciano indifferente.

Il Sacro Catino, che è vetro e non smeraldo
Come si smonta una leggenda durata settecento anni? A Genova ci ha pensato un incidente di trasporto, e la conclusione è più interessante dell’inizio. Il Sacro Catino è un piatto esagonale verde, largo una quarantina di centimetri, che i genovesi portarono a casa dalla presa di Cesarea nel 1101. Per secoli fu creduto un unico gigantesco smeraldo, e nel Duecento cominciò a circolare l’identificazione con il Santo Graal: la coppa dell’Ultima Cena.
Il catino era talmente prezioso che la Repubblica ne regolò l’ostensione per legge, vietando di toccarlo con oggetti metallici. Nel 1806 Napoleone lo fece portare a Parigi come bottino; tornò nel 1816 e durante il viaggio di ritorno si ruppe. Fu la rottura a rivelare che non era smeraldo ma vetro, probabilmente una manifattura islamica di età medievale, forse del IX o X secolo.
La cosa notevole non è che la leggenda fosse falsa. È che il catino resta un pezzo di vetro antico di qualità straordinaria, e che la sua storia dice più sulla Genova delle crociate di quanto direbbe uno smeraldo vero.

Il piatto del Battista e l’arca del Barbarossa
Accanto al catino stanno gli altri due pezzi maggiori. Il piatto di calcedonio, una lastra traslucida lavorata in area egiziana o palestinese nel I secolo, che la tradizione identifica come il piatto su cui fu posata la testa del Battista; la decorazione in oro e smalti con la testa del santo fu aggiunta da orafi di Limoges nel Quattrocento, cioè millequattrocento anni dopo.
E la cassetta detta arca del Barbarossa, un reliquiario del XII secolo in rame dorato che secondo la tradizione l’imperatore Federico Barbarossa donò alla città. Anche qui l’attribuzione è più leggenda che documento, ma l’oggetto è autentico e prezioso.

Informazioni pratiche
Dati verificati il 3 settembre 2026 sul sito ufficiale dei Musei di Genova e sulla pagina del Museo del Tesoro della Diocesi. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. La cattedrale ha ingresso libero. Il Museo del Tesoro costa 6 euro l’intero e 5 euro il ridotto, che spetta ai gruppi oltre le dieci persone, a chi ha più di 65 anni e alle forze dell’ordine.
Orari. La cattedrale apre tutti i giorni con orario liturgico e chiude durante le funzioni. Il Museo del Tesoro apre dal lunedì al sabato 9.00-12.00 e 15.00-18.00, e la domenica resta chiuso.
Come arrivare. La cattedrale sta in piazza San Lorenzo, nel cuore del centro storico. Dalla fermata di metropolitana San Giorgio si arriva a piedi in cinque minuti. Da via Garibaldi si scende per i vicoli in un quarto d’ora.
Quanto tempo chiede. La cattedrale da sola vuole quaranta minuti. Con il Museo del Tesoro si arriva a un’ora e mezza.
Da dove continuare
La cattedrale è la seconda tappa della prima giornata dell’itinerario completo, che trovi in Cosa vedere a Genova in 2 giorni. Se le fasce bianche e nere ti hanno incuriosito, il sistema di privilegi che le governava è lo stesso che regolava le case dei patrizi: lo racconta I palazzi dei Rolli.
Fotografie di Zairon, Palickap, Bbruno e Sylvain Billet da Wikimedia Commons, licenze CC BY-SA.