Fuori dalla Porta Praetoria, in fondo alla via che esce dalla città romana, ci sono due monumenti a centocinquanta metri l’uno dall’altro. Nessuno dei due si paga, tutti e due si vedono a qualsiasi ora, e tutti e due hanno una storia che va oltre l’epoca in cui sono stati costruiti.
Il primo è un arco onorario del 25 a.C. che nel Medioevo è stato una casa e poi un fortino, e che oggi porta in testa un tetto messo lì per tenerlo asciutto. Il secondo è un ponte romano perfettamente conservato sotto il quale non passa più acqua, perché il torrente che doveva scavalcare se n’è andato per conto suo.

Un arco per una vittoria, e soprattutto per una strada
Perché Roma costruisce un arco onorario in fondo a una valle di montagna? L’arco fu eretto nel 25 a.C. per celebrare la vittoria romana sui Salassi, ottenuta da Aulo Terenzio Varrone Murena, ed è dello stesso anno della fondazione di Augusta Praetoria. Ha un fornice unico alto 11,40 metri sotto la chiave di volta, in blocchetti di conglomerato.
La posizione dice più della dedica. L’arco sta in asse con il decumano massimo, appena fuori dalle mura, vicino all’ingresso orientale della città e al quartiere che si chiama ancora Bourg Saint-Ours. Chi arrivava dalla pianura lo incontrava prima di ogni altra cosa, e passandoci sotto entrava, di fatto, nel territorio della colonia. Non è un monumento alla battaglia: è un cartello all’imbocco di una strada, e la strada era il vero motivo per cui Roma aveva combattuto i Salassi.
Oggi l’arco è in mezzo a una rotonda, con il traffico che gli gira attorno. È meno solenne di quanto vorresti, e nello stesso tempo è la cosa più fedele allo spirito originale: era nato per stare su una strada trafficata, e ci sta ancora.
Corinzio sotto, dorico sopra
Guarda l’arco per trenta secondi e vedrai una stranezza. Le dieci semicolonne che decorano le facciate e i fianchi terminano in capitelli corinzi, quelli con le foglie d’acanto. Ma la trabeazione che ci corre sopra è di ordine dorico, con la sua fascia di metope e triglifi.
Nella grammatica classica i due ordini non si mescolano così: al capitello corinzio corrisponde una trabeazione corinzia, con il fregio continuo. Qui invece il progettista ha preso l’elemento più ricco per le colonne e quello più severo per la fascia superiore. Non è un errore di un provinciale: architetti romani di questa scala sapevano benissimo che cosa stavano facendo, e ipotesi diverse sono state avanzate per spiegarlo. Quello che conta per te, sul posto, è saperlo guardare: alza gli occhi dal capitello alla fascia sopra e la differenza si vede a occhio nudo.
Saint-Voût: quando l’arco era una casa
Che cosa succede a un arco di trionfo quando l’impero che lo ha costruito non esiste più? Ecco la parte che rende questo monumento diverso da tutti gli altri archi romani d’Italia. Nel Medioevo l’arco non fu abbandonato, non fu smontato e non fu recintato. Fu abitato.
Prese il nome di Saint-Voût, cioè «Volto santo», da un’immagine del Salvatore che vi era stata collocata. Nel XII secolo ci abitò dentro una famiglia nobile locale, e nel 1318 ci fu costruita all’interno una piccola fortificazione destinata al corpo dei balestrieri. Un arco onorario romano trasformato in postazione militare, con dentro uomini armati e sopra un santo.
Questa sequenza, casa e poi fortino, non è un aneddoto pittoresco: è il motivo per cui l’arco è ancora in piedi. Nella Valle d’Aosta medievale un edificio romano che non serviva a niente diventava cava di pietra. Un edificio che serviva a qualcuno veniva mantenuto. Vale per l’arco come vale per le otto torri della cinta romana che oggi sono un conservatorio, una scuola e una sala espositiva.

Il tetto del 1716, cioè un restauro che si vede benissimo
Il cappello di ardesia che l’arco porta in testa stona, e stona apposta. Non è romano. La soluzione risale al 1716, quando l’attico che anticamente coronava il monumento non c’era più e le infiltrazioni d’acqua ne stavano compromettendo l’integrità: le autorità aostane decisero di rimpiazzare l’attico con una copertura in ardesia.
È una scelta di trecento anni fa fatta secondo criteri che oggi nessuno adotterebbe, e proprio per questo va guardata con rispetto. Chi la decise non cercava di far sembrare l’arco più antico: cercava di tenerlo asciutto, con i materiali della valle, cioè le stesse lose che coprono le case e i campanili di Aosta. Attenzione: il tetto che vedi oggi non è però quello posato allora. L’aspetto attuale del monumento viene dall’ultimo intervento di restauro e consolidamento, del 1912, che comprese anche il rifacimento della copertura e fu curato da Ernesto Schiaparelli, soprintendente alle antichità del Piemonte, della Valle d’Aosta e della Liguria dal 1907, e per altro verso l’uomo a cui si deve gran parte della collezione del Museo Egizio di Torino.
Il crocifisso del 1449, e perché quello che vedi è una copia
Sotto la volta è appeso un crocifisso ligneo. Quasi tutti i visitatori lo fotografano credendolo antico, e in un certo senso lo è: la sua storia comincia nel 1449. Ma l’oggetto che vedi è una copia.
L’originale fu collocato lì come offerta votiva contro le esondazioni del torrente Buthier, che scorre poco a est. Nel Quattrocento le piene di quel torrente erano un problema serio, abbastanza serio da far appendere un crocifisso a un monumento romano nella speranza che servisse. L’originale è oggi custodito nel Museo del tesoro della cattedrale, di cui scrivo in la cattedrale di Aosta, i mosaici e il tesoro.
Tienilo a mente, perché fra due paragrafi diventa una battuta involontaria della storia.
Il ponte di pietra, e il fiume che se n’è andato
A centocinquanta metri a est dell’arco c’è il ponte di pietra, in francese pont de pierre, costruito ai tempi della fondazione della città per far passare la strada da una sponda all’altra del Buthier.
Ci arrivi, guardi, e per qualche secondo non capisci che cosa non torna. Poi te ne accorgi: sotto il ponte c’è il prato. Non un letto asciutto d’estate, non un rigagnolo: erba, alberi e un vialetto.
In epoca medievale un’alluvione eccezionale fece cambiare corso al Buthier, che spostò il proprio alveo più a ovest. Sotto le arcate continuò a scorrere un canale di portata modesta, che col tempo si è prosciugato del tutto. Il risultato è un ponte romano integro che non attraversa più niente.
E adesso metti insieme le due cose. I valdostani del 1449 temevano quel torrente abbastanza da appendere un crocifisso all’arco di Augusto per farselo amico. Qualche secolo prima o dopo, il torrente aveva già deciso da solo di andarsene altrove, lasciando all’asciutto il ponte che era stato costruito apposta per lui.

Perché quel ponte è così basso e schiacciato
Perché i romani, che amavano l’arco a tutto sesto, qui lo hanno schiacciato? Il ponte ha una campata unica ad arco ribassato, poggia su basamenti in puddinga, il conglomerato locale cavato lungo la Dora Baltea, e misura circa diciassette metri fra le due imposte. Il passaggio è largo circa sei metri, compreso lo spessore dei parapetti.
La cosa da notare è il profilo. La volta, fatta di grossi conci, ha un contorno piuttosto piatto per le costruzioni romane, con un rapporto fra ampiezza e altezza di tre a uno. I romani preferivano di norma l’arco a tutto sesto, che è più semplice da costruire e scarica meglio i pesi; un arco ribassato serve quando la strada non deve salire e ridiscendere, cioè quando conta di più la comodità del transito che la purezza della forma.
Ed è esattamente il caso. Ad Aosta la strada transalpina verso la Gallia, la via delle Gallie, si diramava verso il Piccolo e il Gran San Bernardo; in direzione della pianura padana usciva dalla valle passando su un altro ponte ad arco segmentale, il pont Saint-Martin, che è ottimamente conservato. Questo ponte non era un ornamento urbano: era un pezzo della rete stradale imperiale, e doveva far passare carri.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 7 settembre 2026. Trattandosi di monumenti all’aperto, qui non ci sono tariffe da ricontrollare: cambia semmai la viabilità intorno, per via dei cantieri in corso in città.
Biglietti. Non si paga niente. L’arco di Augusto e il ponte di pietra sono monumenti all’aperto e liberamente accessibili, e non rientrano nel biglietto «Aosta Archeologica», che riguarda i cinque siti al chiuso.
Orari. Si vedono a qualsiasi ora di qualsiasi giorno, festivi compresi. L’arco è illuminato di notte, ed è uno dei pochi casi in cui la fotografia notturna rende meglio di quella diurna, perché la luce radente stacca le semicolonne dal fondo.
Come arrivare. L’arco sta all’estremità orientale di via Sant’Anselmo, la strada che prosegue oltre la Porta Praetoria: dal centro sono dieci minuti a piedi, dalla stazione ferroviaria un quarto d’ora. Il ponte è centocinquanta metri più a est, si raggiunge continuando sulla stessa direttrice e si scende a livello del prato dal giardino laterale.
Quanto tempo chiede. Venti minuti per tutti e due, mezz’ora se ti fermi a girare intorno all’arco per vedere la trabeazione da entrambi i lati. È la passeggiata giusta da fare al tramonto, quando i siti a pagamento hanno già chiuso.
Attenzione: l’arco è al centro di una rotonda trafficata, e per fotografarlo bene bisogna attraversare. Il punto migliore è il prato a ovest, dove ci sono le panchine e la siepe.
Il resto di Aosta
Arco e ponte non hanno orari, quindi si infilano dove vuoi in una giornata che invece di orari ne ha parecchi: quella giornata è tutta in cosa vedere ad Aosta in un giorno. Gli altri pezzi del cluster sono il teatro romano e le mura di Augusta Praetoria, la collegiata di Sant’Orso con il chiostro e i quaranta capitelli, la cattedrale con i mosaici del coro e il museo del tesoro e l’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans.
Se questa coppia ti ha incuriosito, il confronto più stretto è con Rimini, che ha l’altro grande arco augusteo, del 27 a.C., e il ponte di Tiberio, l’altro ponte romano che ha perso il proprio fiume quando il Marecchia fu deviato. Un terzo arco romano riusato, spostato di ventotto metri e salvato da Victor Hugo, sta invece a Saintes, in Francia.
Crediti fotografici: arco di Augusto di Krzysztof Golik (CC BY-SA 4.0), arco di fianco di Tiia Monto e ponte di pietra di Tenam2 (CC BY-SA 3.0). Tutte da Wikimedia Commons.