Se ti interessa l’arte islamica di Spagna e stai pensando che si riduca alla moschea di Córdoba e all’Alhambra di Granada, ti manca il pezzo in mezzo. Sta a Saragozza, si chiama palazzo dell’Aljafería, ed è l’unica reggia dell’XI secolo rimasta in piedi in tutta la penisola.
Ci sono arrivata di pomeriggio, in luglio. Da fuori l’Aljafería sembra un castello qualunque: mura di mattoni, torri cilindriche merlate, un fossato asciutto. Poi si entra, e l’edificio cambia natura. Se il tuo viaggio in Spagna prosegue verso est trovi anche cosa vedere a Girona, e per il contemporaneo a Madrid le 9 opere del Reina Sofía.
Perché un palazzo arabo dell’XI secolo dovrebbe interessarti più di uno del Trecento?
Un «palazzo della gioia» nell’XI secolo
L’Aljafería fu costruita fra il 1065 e il 1081 per volontà di al-Muqtadir, sovrano della taifa di Saragozza. Il nome dell’edificio viene dal suo: Abu Yaafar, da cui Qasr al-Yaafariyah.
Serve una parola sul contesto, perché senza quella l’edificio non si capisce. Nel 1031 il califfato di Córdoba si era disintegrato in una ventina di regni indipendenti, le taifas, piccoli, ricchi e in guerra fra loro. Saragozza fu una delle più prospere. Il palazzo che al-Muqtadir si fece costruire fuori dalle mura della città non era una fortezza ma una residenza di piacere, e fu lui a chiamarlo Qasr al-Surur, palazzo della gioia; al suo salone del trono, il Maylis al-Dahab, il Salone Dorato, dedicò dei versi.
Qui sta il punto che rende l’Aljafería un caso unico. Di quelle venti corti raffinate non è rimasto quasi nulla: gli Almoravidi le cancellarono una dopo l’altra fra la fine dell’XI secolo e i primi del XII, e Saragozza cadde nel 1110. Questo è l’unico sopravvissuto di quella scala, e siccome sta cronologicamente fra la grande moschea di Córdoba, del X secolo, e l’Alhambra, del XIV, è il documento che spiega come si arriva dall’una all’altra.

Gli archi che portano a Granada
All’Aljafería la cosa da guardare è il portico che chiude il cortile a nord, e in particolare i suoi archi.
Non sono archi semplici. Sono archi misti e polilobati che si intersecano fra loro, e disegnano una rete continua in cui il singolo arco smette di essere leggibile come elemento e diventa maglia di un tessuto. Poggiano su colonnine sottili, in marmo e in alabastro, sormontate da capitelli minuti, e il contrasto fra quei sostegni esili e la massa decorata che portano è tutto voluto: l’effetto è che il muro sembra appoggiato sull’aria.
Se hai visto la moschea di Córdoba riconosci da dove viene l’idea degli archi intrecciati, che lì compaiono nella maqsura del X secolo. Se hai visto l’Alhambra riconosci dove va a finire, cioè in quelle superfici in cui nessun elemento è più isolabile dal disegno complessivo. L’Aljafería è il passaggio, ed è l’unico posto dove lo si vede a grandezza naturale.
Sulle pareti resta molto meno di quanto ci fosse: gran parte della decorazione in stucco è stata staccata nell’Ottocento o è andata perduta, e quello che vedi in alcune sale è una ricostruzione dichiarata come tale. Vale la pena leggere i cartellini, perché la distinzione fra originale e restauro qui è netta e ammessa.

L’oratorio, una moschea privata dentro casa
In un angolo del cortile si apre una porticina, e dietro c’è la cosa che mi ha colpita di più: l’oratorio, cioè la moschea privata del sovrano, con il suo mihrab, la nicchia che indica la direzione della Mecca. La pianta è quadrata con gli angoli smussati, il che le dà la parvenza di un ottagono.
È piccolo, sta dentro un palazzo, e l’arco d’ingresso a ferro di cavallo è decorato con una fittezza che nel resto dell’edificio non si ritrova. Sopra corre una fascia di iscrizioni in cufico, e più in alto una galleria di finestrelle geminate che dà alla stanza tutta la luce che ha. Guardandolo si capisce una cosa che le piante non dicono: la sala per pregare stava dentro l’appartamento, a pochi passi dal salone del trono, e non era un edificio a parte.
Una curiosità: l’oratorio ha continuato a esistere dentro un palazzo cristiano per quasi novecento anni, sopravvivendo a re d’Aragona, Inquisizione e caserme. Non fu demolito: fu inglobato, usato come magazzino, murato e dimenticato, ed è per quello che è ancora lì.

Il piano di sopra: i re d’Aragona costruiscono in arabo
Nel 1118 Alfonso I il Battagliero conquistò Saragozza e il palazzo divenne residenza dei re d’Aragona. Il modo in cui la storia prosegue è la cosa più interessante che l’Aljafería abbia da raccontare.
I nuovi padroni non demolirono e non ricostruirono altrove: si sistemarono sopra. Nel 1336 Pietro IV il Cerimonioso aggiunse un piano intero e la chiesa di San Martín, e lo fece nello stesso linguaggio decorativo dei costruttori musulmani, cioè con maestranze locali che lavoravano mattone, legno e stucco secondo una tradizione islamica al servizio di un committente cristiano.
Questo è il mudéjar, ed è la ragione per cui l’Aljafería è nella lista del Patrimonio Mondiale. Attenzione al dettaglio della data, che si legge sbagliato di continuo: l’iscrizione UNESCO nasce nel 1986 e riguarda i quattro monumenti mudéjar di Teruel; l’Aljafería entra nel 2001, con l’ampliamento che porta la voce a dieci componenti e le cambia il nome in «Architettura mudéjar dell’Aragona».
Il soffitto datato 1492
Al piano dei re d’Aragona si arriva al Salone del Trono dei Re Cattolici, costruito fra il 1488 e il 1495, e lì conviene alzare la testa e restarci un po’.
Il soffitto è un artesonado, cioè un cassettonato ligneo intagliato, dorato e dipinto, con pigne aggettanti che scendono dai lacunari e una trama geometrica di legature che copre l’intera superficie. È mudéjar anche questo: un motivo islamico su un salone di rappresentanza cristiano, commissionato dai monarchi che stavano completando la Reconquista.
Lungo il fregio corre un’iscrizione latina che nomina Ferdinando e Isabella e si chiude con l’anno: MCCCCLXXXXII, cioè 1492. L’ho letta con il collo all’insù, e non è una data qualunque: è l’anno della presa di Granada, della cacciata degli ebrei dalla Spagna e del primo viaggio di Colombo. Un soffitto di tradizione islamica, in un palazzo arabo, firmato con quella data, dice sull’epoca più di un pannello esplicativo.

La Torre del Trovador, l’Inquisizione e Verdi
La torre quadrangolare che si vede da fuori, staccata dal resto, è la Torre del Trovador, ed è la parte più antica del complesso: fine del IX secolo, cioè quasi due secoli più vecchia del palazzo di al-Muqtadir.
Il suo nome è più recente di quanto sembri, e va nella direzione opposta a quella che si immagina. Non è la torre ad aver dato il nome all’opera: è l’opera ad aver dato il nome alla torre. Nel 1836 Antonio García Gutiérrez pubblicò il dramma romantico El trovador, ambientato qui, e nel 1853 Verdi ne ricavò Il trovatore. La torre si chiamava altrimenti: si chiama così perché un drammaturgo l’ha scelta come scenografia.
La sua storia vera è più cupa. Dal 1486 il palazzo fu sede del tribunale dell’Inquisizione, che restò fino al 1706, e la torre servì da carcere fino all’Ottocento. Sulle sue pareti i prigionieri hanno inciso, per quattro secoli, centinaia di segni: croci, figure, scritte, disegni geometrici tracciati con il compasso. Sono studiati come corpus dagli anni Sessanta del Novecento, e restano quello che sono, cioè il modo in cui uomini rinchiusi hanno riempito il tempo.
Quello che ho fotografato è un cerchio inciso con dentro una stella a sei punte, circondato da altre incisioni più deboli. Che cosa significasse per chi lo tracciò non lo so, e diffida di chi te lo racconta con sicurezza: la stella a sei punte è insieme un simbolo ebraico, un sigillo salomonico della tradizione islamica e la figura che viene fuori da sola quando si divide una circonferenza con l’apertura del compasso.
Attenzione: la torre non fa parte del percorso ordinario. Si vede solo con la visita guidata speciale Aljafería Oculta, che nel 2025 costava 12 euro, si teneva il sabato alle 12.00 nei mesi di luglio, agosto e settembre ed era limitata a otto persone, con prenotazione obbligatoria. È un percorso stretto, con scale, sconsigliato sotto i dodici anni e a chi ha difficoltà motorie. Verifica sul sito prima di contarci.

Oggi è un parlamento, e si vede
Dopo l’Inquisizione il palazzo fu caserma dal 1772, e da lì cominciò il peggio: rimaneggiamenti pesanti, aggiunte militari, i danni degli assedi napoleonici di Saragozza. Il recupero è iniziato nel dopoguerra ed è arrivato alla campagna decisiva fra il 1985 e il 1998.
Dal 1987 l’Aljafería è la sede delle Cortes de Aragón, il parlamento regionale. Non è un dettaglio amministrativo: significa che entri in un edificio ancora in uso, con controlli all’ingresso, ali chiuse al pubblico e un ordine di visita che dipende anche dall’attività istituzionale della giornata. Significa anche che il monumento è mantenuto perché serve, il che spiega lo stato di conservazione.
La mostra di Goya, fino a fine 2026
Mentre il Museo di Saragozza è in ristrutturazione, una parte della sua collezione è esposta qui, nella mostra «Goya. Del Museo al Palacio», allestita fra il Salone del Trono, la sala di Pietro IV e le sale dei Passi Perduti. Le fonti locali parlano di 62 opere e di una chiusura prevista per il 31 dicembre 2026; la pagina delle Cortes annuncia la mostra ma non pubblica le date, quindi conviene controllare prima di andare.
Vale la pena saperlo per una ragione pratica: se ti interessa Goya e passi da Saragozza in questo periodo, il posto dove vederlo non è il museo chiuso, è il palazzo.

Informazioni pratiche
Dati verificati l’8 agosto 2026 sul sito ufficiale delle Cortes de Aragón. Prezzi e orari cambiano, e qui cambiano anche in funzione dei lavori parlamentari: ricontrollali prima di partire.
Biglietti. L’ingresso costa 7 euro. La visita guidata organizzata dalle Cortes costa 9 euro e comprende l’ingresso. Esistono tariffe ridotte per pensionati, studenti, titolari di carta giovani e passeggeri del bus turistico, e il sito elenca le categorie senza pubblicare gli importi: portati un documento. Orari. Dal 1° aprile al 31 ottobre apre tutti i giorni 10.00-18.00. Dal 1° novembre al 31 marzo apre da lunedì a sabato 10.00-18.00 e la domenica 10.00-14.00. La biglietteria chiude 45 minuti prima. Chiusure. Il palazzo resta chiuso il 1° gennaio, il 23 aprile, che in Aragona è la festa regionale di San Giorgio, e il 25 dicembre. Gratuità. Diverse fonti locali indicano l’ingresso gratuito la prima domenica di ogni mese e il pomeriggio del primo lunedì. Il sito delle Cortes elenca la voce «entrata gratuita» ma non i giorni: se ci punti, chiedi conferma per telefono. La visita speciale. Aljafería Oculta è la visita guidata che porta nella Torre del Trovador e negli spazi normalmente chiusi al pubblico. Nel 2025 costava 12 euro e si teneva il sabato alle 12.00 nei mesi da luglio a settembre; il gruppo è di otto persone al massimo e la prenotazione è obbligatoria. Come arrivare. Il palazzo sta poco più di un chilometro a est della stazione Zaragoza-Delicias, quella dell’alta velocità, e ci si arriva a piedi in una ventina di minuti o con la linea 51 dell’autobus, fermata Avenida Madrid. Dal centro storico e dalla basilica del Pilar sono venti minuti abbondanti a piedi. Quanto tempo. Un’ora e mezza basta per il percorso ordinario. Con la mostra di Goya conta due ore, con Aljafería Oculta mezza giornata. Un avvertimento onesto. L’Aljafería non è l’Alhambra e non ci somiglia. È molto più piccola, è arrivata a noi molto più danneggiata, e una parte di quello che vedi è ricostruito. Vale il viaggio per quello che è, cioè un documento unico, non per una promessa di splendore che non può mantenere.
Se stai costruendo un itinerario spagnolo, il pezzo successivo naturale è Girona, che racconta un’altra convivenza medievale, quella del quartiere ebraico meglio conservato d’Europa.
