Museo Reina Sofia: 9 opere per scoprire l’arte contemporanea a Madrid

Ti trovi in viaggio a Madrid e vorresti scoprire alcuni dei musei più interessanti della città? Ti piacerebbe sapere se vale la pena visitare il museo Reina Sofia e magari conoscere alcune delle opere più importanti prima di entrare?

Se sei un appassionato di arte contemporanea, questo è proprio il museo che fa per te.

Il Museo Reina Sofia non è soltanto uno dei musei più importanti di Madrid, ma è anche il luogo che raccoglie alcune delle opere più significative dal ‘900 fino ai giorni nostri. Per questa ragione, al suo interno troverai soprattutto capolavori di Picasso, Mirò e Dalì, ma i quadri non sono la sola cosa che ti stupirà.

L’intero edificio ha infatti una storia molto interessante.

Prima di diventare un museo, il Reina Sofia di Madrid è stato un ospedale per oltre due secoli. L’edificio originale, conosciuto come Hospital General de San Carlos, fu progettato nel ‘700 dall’architetto italiano Francesco Sabatini per volere di Re Carlo III e rimase in funzione come ospedale fino al 1965. Dopo un lungo periodo di abbandono, l’edificio venne riconvertito e inaugurato come museo nel 1992, intitolato alla regina Sofia di Spagna. Più tardi, nel 2005, l’architetto francese Jean Nouvel ha firmato l’ampliamento moderno con i caratteristici volumi rossi: qui troverai l’auditorium, la grande biblioteca e nuove sale espositive.

Se ti interessa approfondire la conoscenza dell’arte contemporanea e moderna a Madrid, all’interno del Parco del Retiro troverai due sedi distaccate del museo, il Palacio de Velázquez e il Palacio de Cristal, che ospitano spesso mostre temporanee molto interessanti.

Ma cosa vedere al Reina Sofia?

Come per la statua di Marco Aurelio ai Musei Capitolini, la Cappella Sistina ai Musei Vaticani o la Gioconda al Louvre, anche il Reina Sofia ha la sua opera più importante. Sto parlando ovviamente della bellissima Guernica, il capolavoro di Pablo Picasso, esposto per la prima volta al Padiglione spagnolo dell’Esposizione Internazionale di Parigi del 1937.

Prima di raccontarti le 9 opere da non perdere al Reina Sofia, se ti trovi già a Madrid o stai pianificando il viaggio nella capitale spagnola, ti consiglio di acquistare il biglietto d’ingresso in anticipo per evitare le lunghe code all’ingresso e risparmiare tempo prezioso.

Ma ora basta con le chiacchiere. Qui sotto ti racconto cosa vedere al Reina Sofia e le 9 opere che mi sono piaciute di più.

Si parte!

1 – Guernica di Picasso al Museo Reina Sofia

L’opera più celebre del Museo Reina Sofia è sicuramente il monumentale dipinto di Picasso “Guernica”. Quest’enorme tela di 3,49 metri per 7,77 è probabilmente il quadro più grande che ti capiterà di vedere dal vivo. Sicuramente avrai già avuto modo di osservarla su un libro di scuola o in qualche riproduzione, ma ti assicuro che ritrovarsela davanti è un’esperienza davvero impressionante.

Guernica fu realizzata da Picasso nel 1937 su commissione del governo repubblicano spagnolo, in occasione dell’Esposizione Internazionale di Parigi, e oggi occupa tutta la sala 206 del Museo Reina Sofia, al secondo piano dell’edificio Sabatini. Nonostante la grandezza della stanza, preparati a dover lottare con decine di teste e smartphone che renderanno la vista del dipinto davvero difficoltosa: è una delle opere più fotografate al mondo.

Ma cosa rappresenta la Guernica?

Questo quadro è un vero e proprio manifesto politico e sociale contro la guerra, contro i regimi fascisti e, allo stesso tempo, un grido disperato dell’umanità intera. Più nello specifico, è un fermo immagine del bombardamento della città basca di Guernica, avvenuto il 26 aprile 1937 durante la guerra civile spagnola. In quell’occasione, Italia e Germania appoggiarono il governo di Franco contro i repubblicani inviando aiuti bellici, tra cui la famigerata Legione Condor tedesca e l’Aviazione Legionaria italiana, che insieme rasero al suolo la cittadina.

L’evento suscitò moltissimo scalpore in tutto il mondo, sia perché i bombardamenti aerei a tappeto su città non militari erano una novità assoluta, sia perché Guernica non era in zona di guerra: era giorno di mercato e tra le vittime si contarono soprattutto donne, anziani e bambini.

Nel rappresentare questa tragedia, Picasso decise di utilizzare soltanto tinte scure, neri, grigi e bianchi, una scelta che richiama volutamente le fotografie dei giornali dell’epoca attraverso cui il mondo apprese la notizia del massacro. I personaggi sono scomposti, disperati, urlanti. Persino gli animali, come il toro e il cavallo, appaiono agonizzanti.

Fuoco, palazzi distrutti, violenza, furore e paura: tutto questo ti verrà trasmesso con una potenza incredibile osservando la Guernica di Picasso.

In mezzo a tutte queste atrocità, però, l’artista non dimentica di lasciare un piccolo messaggio di speranza: se fai attenzione, potrai scorgere un fiore che nasce da una spada spezzata, stretta nella mano del guerriero caduto in primo piano. L’intento di Picasso era quello di far riflettere le potenze mondiali sull’atrocità della guerra, affinché una cosa del genere non dovesse succedere mai più.

Insomma, l’augurio di Picasso per il futuro dell’umanità.

Una curiosità prima di proseguire: Guernica ha avuto una storia movimentata. Dopo l’Esposizione di Parigi, il dipinto girò il mondo per anni a scopo di propaganda antifranchista e fu poi custodito al MoMA di New York. Picasso aveva infatti stabilito che l’opera potesse tornare in Spagna solo dopo la caduta del regime e il ripristino delle libertà democratiche. Guernica arrivò così a Madrid soltanto nel 1981, sei anni dopo la morte di Franco, ed è esposta al Reina Sofia dal 1992.

Guernica di Picasso esposta al Museo Reina Sofia di Madrid

2 – Ragazza alla finestra di Dalì

Nutro una grande passione per il surrealismo e per Salvador Dalì, che ho potuto scoprire ancora meglio visitando il bellissimo Espace Dalí a Montmartre. Al Museo Reina Sofia ci sono diversi capolavori dell’artista catalano, ma “Ragazza alla finestra” (in spagnolo Muchacha en la ventana) mi ha colpita in modo particolare.

Il dipinto fu realizzato nel 1925 nella casa al mare di famiglia a Cadaqués, sulla Costa Brava. La modella è sua sorella Ana María, che all’epoca aveva 17 anni e fu una delle figure femminili più ricorrenti nelle prime opere dell’artista, prima dell’arrivo di Gala. La giovane è ritratta di spalle mentre osserva il paesaggio oltre la finestra: il colore predominante è l’azzurro, ripreso dal vestito della ragazza, dal mare e dalle tende che si muovono leggere.

Il contrasto tra interno ed esterno, le linee prospettiche del parquet e la finestra spalancata porteranno il tuo sguardo oltre la cornice, verso le barche e il paesaggio della baia sullo sfondo. La sensazione è quella di trovarsi nella stanza insieme a Dalì e sua sorella, ad ammirare la vista. Sembra quasi di sentire i rumori attutiti provenire dalla spiaggia, mentre in casa regna il silenzio pigro di una giornata d’estate.

Se fai caso ai particolari, noterai diverse cose interessanti.

Oltre a essere un classico “quadro nel quadro”, nell’anta destra della finestra si intravede un ulteriore riflesso del panorama, incorniciato tra le assi di legno. È un piccolo gioco visivo che moltiplica la prospettiva e anticipa, in modo ancora “tranquillo”, il gusto per i doppi piani di lettura che caratterizzerà tutta la futura produzione surrealista dell’artista.

Abituata alle opere “stravaganti” di Dalì, non mi aspettavo davvero un quadro così delicato e poetico al Reina Sofia. Questa è infatti una delle opere giovanili dell’artista, realizzata quando aveva appena 21 anni e frequentava ancora la Real Academia di San Fernando a Madrid. In questa fase Dalì era fortemente influenzato dal realismo di Vermeer, da Velázquez e dai movimenti del Noucentisme catalano: il surrealismo arriverà solo qualche anno più tardi, intorno al 1929.

Una curiosità: il rapporto tra Salvador e sua sorella Ana María si incrinò profondamente proprio per via dell’arrivo di Gala nella vita dell’artista. Anni dopo, nel 1949, Ana María pubblicò un libro di memorie intitolato “Salvador Dalí visto da sua sorella”, in cui raccontava il fratello prima della “trasformazione” surrealista. Dalì non gliela perdonò mai.

Ragazza alla finestra di Salvador Dalì al Museo Reina Sofia di Madrid

3 – Man Ray: Indestructible Object

Un metronomo, la foto di un occhio e un titolo decisamente bizzarro: ecco un’opera in pieno stile dadaista.

Questa piccola scultura fa parte della produzione dei “ready-made”, la rivoluzionaria categoria artistica inaugurata da Marcel Duchamp, in cui oggetti di uso comune “diventano” opere d’arte perché l’artista li carica di un significato nuovo, modificandone il ruolo e il contesto.

L’opera fu creata da Man Ray nel 1923 con il titolo “Object to Be Destroyed”, cioè “Oggetto da distruggere”.

L’artista lo aveva pensato per scandire il ritmo delle sue pennellate sul tempo del metronomo, proprio come fanno i musicisti. Anni più tardi, dopo la fine della sua tormentata relazione con la fotografa e modella Lee Miller, Man Ray ritagliò una foto dell’occhio dell’amata e la fissò al pendolo dello strumento: una sorta di vendetta artistica per il sentimento perduto.

Man Ray ha persino lasciato delle precise istruzioni per la fabbricazione e per la distruzione dell’opera:

“Ritagliare l’occhio da una fotografia di una persona che è stata amata ma che non si vede più. Fissare l’occhio al pendolo di un metronomo e regolare il peso in base al ritmo desiderato. Continuare fino al limite della sopportazione. Con un martello ben impugnato, cercare di distruggerlo in un colpo solo”.

E qui arriva la parte più curiosa di questa storia.

Nel 1957, durante una mostra a Parigi, un gruppo di giovani manifestanti decise di prendere alla lettera le istruzioni dell’artista e distrusse l’opera a colpi di pistola. Man Ray, lungi dall’arrabbiarsi, intascò il rimborso assicurativo e con quei soldi ricostruì il pezzo, ribattezzandolo questa volta “Indestructible Object”, ossia “Oggetto indistruttibile”. Un cambio di titolo geniale: come a dire che l’arte non passa solo per l’oggetto fisico, ma è qualcosa di immortale che non può essere veramente distrutto.

Da quel momento in poi Man Ray ne realizzò diverse repliche autorizzate, e proprio per questo oggi puoi trovare versioni di quest’opera in vari musei nel mondo, dal MoMA di New York alla Tate di Londra, fino appunto al Reina Sofia di Madrid.

A distanza di un secolo, questo piccolo metronomo continua a far riflettere sul ruolo dell’arte, dell’artista e delle avanguardie del Novecento.

Indestructible Object di Man Ray esposto al Museo Reina Sofia di Madrid

4 – Il Grande Masturbatore di Dalì

Come puoi facilmente intuire dal titolo, in quest’opera Dalì mette l’accento sul tema dell’erotismo e della sensualità. I riferimenti fallici sono evidenti nel mezzo busto dell’uomo in alto a destra, ma anche nel pistillo della calla e nella lingua “eretta” del leone in primo piano.

Ma cosa rappresenta esattamente questo quadro?

Forse non ci avrai fatto caso, ma la figura gialla in primo piano non è altro che un autoritratto dell’artista stesso, posizionato in orizzontale. Si tratta di un profilo che Dalì riprenderà più volte nelle sue opere successive, anche nel celebre “Volto del Grande Masturbatore” e ne “La persistenza della memoria”. Dalla bocca di questa figura sembra emergere, attraverso una sorta di metamorfosi, il mezzo busto di una donna che richiama un atto di fellatio. La donna è posizionata proprio davanti ai genitali di un uomo, creando una forte ambiguità tra il titolo dell’opera, che parla di masturbazione, e la rappresentazione visiva, che evoca invece un atto sessuale tra due persone. Questo contrasto rende il tutto ancora più onirico e disturbante.

Ma in questo dipinto del Reina Sofia c’è molto di più!

Puoi notare infatti tutti gli elementi che caratterizzano la poetica di Dalì: i paesaggi desertici tipici della Costa Brava della sua infanzia, le rocce dorate di Cap de Creus che riconoscerai sullo sfondo, e perfino un primo embrionale esperimento di quelle “strutture molli” che diventeranno la sua firma negli orologi liquefatti de “La persistenza della memoria” del 1931. È presente anche il tema della morte e della putrefazione, evidenziato dal ventre in decomposizione della cavalletta aggrappata al volto dell’artista, ricoperto di formiche, simboli ricorrenti dell’angoscia e dell’ossessione daliniana.

La scena è ovviamente irreale e nulla è quello che sembra, ma la cosa che stupisce di quest’opera del Reina Sofia è il grande senso di equilibrio e di armonia tra gli elementi.

E poi c’è la storia che si nasconde dietro questo quadro, ancora più affascinante della rappresentazione stessa.

La donna rappresentata è infatti Gala (al secolo Elena Ivánovna Diákonova), musa e futura compagna di vita dell’artista, figura fondamentale per la sua carriera e il suo successo. Dalì dipinse questo quadro nel 1929, subito dopo aver trascorso l’estate a Cadaqués con Gala e il marito di lei, il poeta surrealista francese Paul Éluard, insieme ad altri esponenti del movimento surrealista come René Magritte e Luis Buñuel.

Tra Dalì e Gala scattò immediatamente una fortissima attrazione, nonostante lei avesse dieci anni più di lui e fosse sposata. Quella passione si trasformò ben presto in un rapporto fatto di eccessi, amore folle e creatività estrema, che durò 53 anni, fino alla morte di Gala nel 1982. Non a caso questo quadro è considerato il vero punto di svolta della carriera di Dalì: l’inizio del suo periodo surrealista più maturo e l’opera in cui esorcizza, una volta per tutte, le sue angosce sessuali davanti al primo grande amore della sua vita.

Il Grande Masturbatore di Dalì

5 – Donna in Blu di Picasso

La “Donna in Blu” (in spagnolo Mujer en azul) è una delle opere giovanili di Picasso e segna uno dei momenti più interessanti della sua evoluzione artistica. Fu realizzata dal pittore spagnolo nel 1901, quando aveva appena 19 anni, e venne presentata in occasione dell’Esposizione Generale di Belle Arti di Madrid dello stesso anno. Si ritiene che l’opera sia stata influenzata dalla grande tradizione del ritratto di corte spagnolo, in particolare da Velázquez e dalle sue rappresentazioni di nobildonne di corte.

Il dipinto raffigura una donna dall’atteggiamento particolarmente austero e quasi “scontroso”, ma allo stesso tempo carnevalesco: il vestito appare eccessivamente sfarzoso, così come l’acconciatura elaborata e il trucco marcato sulle guance. Tutto il quadro è dominato da diverse tonalità di blu, dal turchese del vestito fino agli azzurri più cupi dello sfondo.

Anche l’espressione della donna non è scelta a caso. Sembra infatti che l’artista abbia voluto rappresentare con questo ritratto un’aspra critica nei confronti dell’ipocrisia e del conformismo della borghesia madrilena di fine Ottocento, una società di cui Picasso, giovane catalano arrivato da poco nella capitale, si sentiva profondamente estraneo.

Ecco una curiosità interessante su questo quadro.

La Donna in Blu del Reina Sofia fu una delle più cocenti delusioni per Picasso: l’opera non vinse alcun premio all’Esposizione di Madrid e venne accolta con freddezza sia dal pubblico sia dalla critica. Dopo questo insuccesso, il giovane artista abbandonò letteralmente il quadro a Madrid e partì per Parigi senza più curarsene. La tela venne riscoperta solo nel 1943, ormai in pessime condizioni, e da quel momento è rimasta nelle collezioni statali spagnole.

Un dettaglio che forse non sai: sebbene “Donna in Blu” sia spesso associata al cosiddetto “periodo blu” di Picasso, in realtà la sua collocazione cronologica è più sfumata. Il periodo blu vero e proprio (1901-1904) — caratterizzato da temi malinconici, mendicanti, prostitute e figure emarginate — iniziò proprio nell’autunno del 1901, dopo il suicidio dell’amico Carlos Casagemas. Questa “Donna in Blu” si colloca quindi in una fase di transizione, in cui il giovane Picasso stava ancora cercando la propria voce artistica tra l’eredità della pittura spagnola classica e le suggestioni della modernità parigina.

Donna in Blu di Pablo Picasso esposta al Museo Reina Sofia di Madrid

6 – Uomo con Pipa di Mirò

“Uomo con Pipa” (in spagnolo Hombre con pipa) è una delle opere che Joan Mirò realizzò durante il suo soggiorno parigino nel 1925, periodo cruciale in cui l’artista catalano si avvicinò al movimento surrealista guidato da André Breton.

Forse non ne eri a conoscenza, ma Mirò aveva una vera e propria avversione per la pittura convenzionale, tanto da arrivare a dichiarare apertamente di voler “assassinare la pittura” tradizionale. Questa sua ribellione nei confronti dell’arte accademica è evidentissima in questo quadro, in cui la figura rappresentata è ridotta all’essenziale e quasi del tutto priva di dettagli.

L’opera è talmente poco delineata che ti sembrerà di trovarti davanti a uno schizzo appena abbozzato, piuttosto che a un quadro finito. La figura dell’uomo è spettrale, sospesa su uno sfondo neutro e quasi monocromatico, totalmente priva di profondità, al punto da risultare in qualche modo inquietante. Riconoscerai a stento la pipa, qualche traccia del volto e dei lineamenti ridotti a pochi segni grafici essenziali.

Questo dipinto fa parte di una serie di tele che gli studiosi definiscono “pitture-sogno” o “pitture oniriche” (in francese peintures de rêve), realizzate da Mirò tra il 1925 e il 1927. In queste opere l’artista abbandona ogni riferimento alla realtà visibile per dare voce all’inconscio, alle visioni e alle allucinazioni, spesso indotte dalla fame che il giovane Mirò soffriva realmente in quegli anni a Parigi, come lui stesso ammise più volte.

Insomma, un ritratto surreale che si apre a molteplici chiavi di lettura e che mette in evidenza tutta l’unicità della poetica di Mirò.

Uomo con pipa di Mirò

7 – La Caduta di Barcellona di Le Corbusier

La Guernica di Picasso non è stata la sola grande opera ispirata alla guerra civile spagnola conservata al Reina Sofia. “La Caduta di Barcellona” (in francese La Chute de Barcelone) di Le Corbusier fu dipinta nel 1939, proprio in seguito alla notizia della caduta della città catalana nelle mani delle truppe franchiste, avvenuta il 26 gennaio dello stesso anno.

Forse non lo sai, ma Le Corbusier (vero nome Charles-Édouard Jeanneret-Gris) non era soltanto uno dei più grandi architetti del Novecento: fu anche un pittore prolifico per tutta la vita. Aveva infatti fondato nel 1918, insieme al pittore Amédée Ozenfant, il movimento del Purismo, una corrente artistica che reagiva al cubismo predicando un ritorno all’ordine, alla geometria pura e all’essenzialità delle forme.

In realtà questo quadro fa parte di una vera e propria serie pittorica che Le Corbusier dedicò agli orrori della guerra civile spagnola e al dolore del popolo iberico, nel pieno della repressione delle truppe di Franco contro i repubblicani.

L’opera mette in evidenza, con una forza visiva incredibile, il potere distruttivo della guerra. Il messaggio viene lanciato attraverso la scomposizione dei corpi e la frammentazione dello spazio pittorico, mentre la paura e la disperazione sono ben leggibili nei volti stilizzati dei personaggi. La tavolozza è dominata da toni scuri e contrastati, che richiamano l’atmosfera cupa del conflitto.

Una curiosità interessante: Le Corbusier era profondamente legato alla causa repubblicana spagnola. Aveva infatti collaborato con il governo della Seconda Repubblica per alcuni progetti architettonici e culturali, ed era amico di molti intellettuali e artisti spagnoli costretti all’esilio dopo la vittoria di Franco. La sua “Caduta di Barcellona” non è quindi solo un’opera artistica, ma anche una vera e propria presa di posizione politica, un atto di solidarietà pittorica con la Spagna sconfitta.

La Caduta di Barcellona di Le Corbusier esposta al Museo Reina Sofia di Madrid

8 – Tronco decagonal di Gego

Della sezione più contemporanea del museo, nel senso proprio del termine, mi ha particolarmente colpita una delle creazioni di Gego. Quest’artista venezuelana di origine tedesca ha realizzato incredibili sculture geometriche come il “Tronco decagonal n.º 4” del 1979, una delle opere più rappresentative della sua produzione matura.

Forse non hai mai sentito parlare di lei, ma Gego (vero nome Gertrud Goldschmidt, Amburgo 1912 – Caracas 1994) è oggi considerata una delle figure più importanti dell’arte cinetica e geometrica del Novecento latinoamericano. Architetta di formazione, fu costretta a fuggire dalla Germania nazista nel 1939 a causa delle sue origini ebraiche e trovò rifugio in Venezuela, paese che l’adottò e dove sviluppò tutta la sua carriera artistica.

La sua idea di “Dibujar sin papel” (“Disegnare senza carta”) è perfettamente rappresentata da questa scultura, in cui lo spazio diventa il vero protagonista dell’opera e la scultura stessa non fa altro che occuparlo in “negativo”.

La scultura, quindi, non è propriamente la struttura metallica realizzata dall’artista, bensì lo spazio che viene scolpito grazie ad essa.

La fragilità dei materiali scelti — sottili fili metallici e tubi in acciaio inox saldati a formare reticoli tridimensionali — produce una quantità di ombre mutevole e sempre diversa, anche in base alle condizioni di luce dell’ambiente. E anche questa interazione con lo spazio circostante e con chi osserva fa parte integrante dell’opera. Trovo sia un concetto affascinante e profondamente innovativo, che capovolge totalmente l’idea tradizionale di scultura che abbiamo in mente.

Quest’opera fa parte della celebre serie dei “Troncos” (tronchi), strutture geometriche sviluppate da Gego negli anni Settanta, che evolveranno poi nei più conosciuti “Reticuláreas”, reti tridimensionali sospese che hanno reso l’artista famosa a livello internazionale.

Tu cosa ne pensi?

Tronco decagonal n.4 di Gego, scultura geometrica esposta al Museo Reina Sofia di Madrid

9 – La propaganda e la critica al regime franchista

Ok, in questo caso non si tratta di una singola opera né di una sola rappresentazione, ma mi sono piaciute moltissimo alcune sale del museo in cui vengono messe in contrapposizione la propaganda franchista e la satira contro il regime.

Queste opere satiriche furono realizzate dai repubblicani durante la guerra civile e sono esposte accanto ai manifesti politici dell’epoca proprio per sottolineare le profonde differenze di visione politica nella Spagna di quegli anni drammatici. Vedrai fianco a fianco la propaganda ufficiale dei nazionalisti, che esaltava la figura di Franco come “salvatore della patria”, e i manifesti repubblicani realizzati da artisti come Josep Renau, Manuel Monleón e altri grafici legati al governo democratico, che invece denunciavano la violenza fascista con uno stile fortemente moderno, influenzato dalle avanguardie europee.

Il dolore di una guerra di questo tipo e la terribile repressione che seguì la sua fine nel 1939 (la dittatura di Franco durò ben 36 anni, fino alla sua morte nel 1975) sono rappresentati attraverso fotografie, oggetti, disegni, giornali e molto altro.

Ti consiglio di prenderti tutto il tempo necessario per ammirare questi documenti e riflettere sulla fortuna che abbiamo di vivere in democrazia, e non sotto regimi autoritari.

È davvero straordinario vedere come l’arte sia ancora in grado di far riflettere e di lanciare messaggi potenti ai popoli, anche a decenni di distanza.

Sale del Museo Reina Sofia dedicate alla satira contro il regime franchista

Informazioni pratiche sul Reina Sofia di Madrid

A questo punto ti starai sicuramente chiedendo quanto costa il biglietto d’ingresso per il museo Reina Sofia e come organizzare al meglio la tua visita.

Il biglietto d’ingresso standard costa 12 euro, ma il museo offre anche numerose fasce di ingresso gratuito (ad esempio nelle ultime ore di apertura serale e la domenica mattina), che ti consiglio di verificare sul sito ufficiale prima di organizzare la visita. Se hai intenzione di visitare anche il Museo del Prado e il Thyssen-Bornemisza, ti suggerisco di acquistare il biglietto in anticipo per evitare le code, che possono essere davvero lunghe soprattutto nei fine settimana e in alta stagione.

Oltre alle opere che ti ho citato, devi sapere che la collezione permanente del Reina Sofia è organizzata in tre grandi sezioni cronologiche e tematiche:

  • “1900-1945. L’irruzione del XX secolo: utopie e conflitti” — il percorso parte dalle avanguardie storiche di inizio Novecento fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
  • “1945-1968. La guerra è finita? Arte per un mondo diviso” — dedicata al dopoguerra e alle tensioni della Guerra Fredda.
  • “1962-1982. Dalla rivolta alla post-modernità” — dalle contestazioni degli anni Sessanta fino alla transizione democratica spagnola.

Essendo incentrato sull’arte del XX e XXI secolo, il museo racconta la storia recente della Spagna e dell’Europa attraverso le opere esposte. Ti consiglio quindi di visitare il Reina Sofia anche per approfondire la conoscenza della storia spagnola del Novecento, dalla Seconda Repubblica fino alla transizione democratica.

Come arrivare al Reina Sofia?

Il museo si trova in un’ottima posizione, proprio accanto alla stazione di Atocha. Puoi raggiungerlo facilmente in metropolitana scendendo alla fermata Atocha (linea 1) o Estación del Arte (linea 1, l’ex fermata “Atocha Renfe” è stata rinominata proprio in onore del museo). L’indirizzo esatto è Calle de Santa Isabel 52, nel quartiere centrale di Lavapiés.

L’unica nota negativa è che ho trovato il percorso espositivo un po’ caotico e non sempre intuitivo: per questo motivo ti consiglio di scaricare la mappa del museo dal sito ufficiale prima della visita, oppure di noleggiare l’audioguida disponibile all’ingresso.