Larino sorge nel Molise che guarda il mare, a mezz’ora da Termoli, e ha una particolarità che decide come si visita: sono due città in una, a due chilometri l’una dall’altra. In basso, nel piano, c’è la città romana con l’anfiteatro; in alto, sulla collina, c’è il centro storico medievale con la cattedrale.
Le due parti non si vedono l’una dall’altra e non si coprono a piedi in una volta sola. E c’è una terza cosa da sapere prima di partire, che è la ragione per cui molti visitatori tornano a casa delusi.
Attenzione: i tre mosaici famosi non sono nel parco archeologico. La Lupa, gli Uccelli e il Leone sono nel Museo civico dentro Palazzo Ducale, in centro. Nel parco i mosaici però ci sono, e sono altri: gli otto pavimenti delle terme, geometrici e policromi, con animali marini e figure di fantasia. Chi arriva all’anfiteatro cercando la Lupa non la trova; chi va solo al museo si perde le terme.
Attenzione: l’anfiteatro apre solo la mattina, dal martedì al sabato. Dalle 9:00 alle 13:00, gratis. Chiuso la domenica e il lunedì. È l’orario più stretto del Molise, e per questo Larino va messa di prima mattina.

Un anfiteatro costruito da un morto
Chi paga un anfiteatro in una città di provincia? A Larino la risposta era scritta in cima alla porta occidentale, e non è «il Comune». L’edificio fu costruito negli ultimi vent’anni del I secolo d.C. per volontà testamentaria di Lucio Capitone, un personaggio di rango senatorio che dopo la carriera era rientrato nella città d’origine: un privato che lasciò per iscritto che con i suoi soldi si dovesse fare questo. Attenzione: l’iscrizione è frammentaria, quindi non aspettarti di leggerla sul posto come si legge un cartello.
Quel meccanismo ha costruito mezza Italia romana e si chiama evergetismo: il notabile finanzia l’opera pubblica e in cambio ottiene il proprio nome sull’edificio, per sempre. A Roma questo produce archi e templi imperiali, e la scala nasconde il meccanismo; a Larino lo si vede a nudo, perché la città è piccola e l’opera, rispetto alla città, è enorme. Un uomo, morendo, ha regalato a Larinum il suo edificio più grande.
Le dimensioni sono un dato, la capienza no
Quanto era grande? L’anfiteatro misura circa 98 metri per 80 all’esterno, con un’arena di 59,40 per 41,60 metri. Queste sono misure, prese sull’edificio.
Attenzione alla capienza, perché su questo le fonti litigano. Si leggono cifre da diecimila a diciottomila spettatori, e la forbice è troppo larga per fingere che ce ne sia una giusta: la capienza di un anfiteatro si stima dalla lunghezza delle gradinate, e a Larino le gradinate in gran parte non ci sono più, portate via da secoli di spoliazione. Ti do il dato come lo trovi, dichiarato per quello che è, e ti lascio la misura dell’arena, che invece è certa.
Che cosa si vede oggi nel parco
Il parco archeologico è in località Piano San Leonardo, due chilometri sotto il centro, e non contiene solo l’anfiteatro: ci sono anche il complesso termale e Villa Zappone, la villa liberty finita nel 1900 su progetto dell’ingegnere Enrico Vetta, oggi della soprintendenza, che dà al sito il suo aspetto un po’ irreale, con il prato e i pini fra le rovine.
Le terme sono la parte che quasi nessuno si aspetta: costruite nel II secolo e probabilmente collegate all’anfiteatro, conservano otto mosaici, alcuni bicromi e altri policromi, con motivi geometrici, animali marini e figure di fantasia, e si vedono ancora oggi al loro posto. Sono i mosaici che restano dove sono nati, mentre i tre famosi sono stati staccati e portati in centro.
Dell’anfiteatro si conservano l’anello esterno in laterizio e in opera reticolata, gli ingressi voltati e la forma completa dell’arena. La cosa da guardare da vicino è la muratura: l’opus reticulatum, cioè i piccoli blocchi disposti a rete, e i corsi di mattoni che li rinforzano agli spigoli. È la tecnica standard del I secolo, e qui si legge come su un manuale perché il paramento è pulito.

La cattedrale di San Pardo, e il portale che vale la salita
In alto, nel centro storico, c’è la cattedrale di San Pardo, costruita fra la fine del Duecento e il primo Trecento. Dall’esterno le due cose che contano sono il portale e il rosone, e occupano la stessa facciata in pietra chiara, alta e stretta, sopra una scalinata.
Il portale ha un premio per chi si avvicina a leggerlo: porta incisa l’iscrizione che data la consacrazione al 30 luglio 1319, e la data non è espressa in cifre nostre ma con i riferimenti che allora servivano a fissarla, cioè il terzo anno di pontificato di Giovanni XXII e l’undicesimo di regno di Roberto d’Angiò. È il modo in cui si scriveva una data quando il calendario dipendeva da chi comandava.
Il campanile è staccato e ha la cuspide a punta, e da fuori la cattedrale sembra più piccola di quello che è, perché il centro storico la stringe. Il modo giusto per guardarla è arrivarci dall’alto, dai vicoli, e trovarsela sotto: da lì si vedono insieme la facciata, il campanile, i tetti del borgo e, dietro, le colline del Molise.
San Pardo è anche il patrono della città e dà il nome alla festa delle carresi, i carri trainati dai buoi: se ti capita di passare a fine maggio, la città è un’altra cosa.
I mosaici, che sono in Palazzo Ducale
E adesso la parte che quasi nessuno trova. I mosaici romani di Larino sono nel Museo civico, dentro Palazzo Ducale, che è anche la sede del Comune, in centro.
Sono tre, di II-III secolo, e hanno nomi da soprannome: la Lupa, gli Uccelli e il Leone; il Leone e gli Uccelli vengono da una domus del III secolo vicina all’anfiteatro. Quello che vale la visita è quello della lupa che allatta i gemelli, cioè Romolo e Remo, in un pavimento di una casa di Larinum. Conviene chiedersi chi lo commissionò. Non è un monumento pubblico: è il pavimento di qualcuno, che a trecento chilometri da Roma e tre secoli dopo la fondazione si fa mettere in casa il mito di Roma. È una dichiarazione di identità, ed è più eloquente di un’iscrizione.
Nel museo c’è anche l’esposizione archeologica permanente con i materiali del territorio, romani, sannitici e frentani: i Frentani sono il popolo italico che aveva qui uno dei suoi centri, e gli oggetti aiutano a capire che Larinum non nasce romana.
Informazioni pratiche
Dati verificati l’8 settembre 2026 sulle pagine del Comune di Larino e sui siti turistici regionali. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. L’anfiteatro è gratuito, con il percorso segnato dai pannelli informativi. Per il Museo civico in Palazzo Ducale conviene chiedere in Comune: gli orari seguono quelli degli uffici e la biglietteria non è sempre presidiata.
Orari. Anfiteatro: da martedì a sabato, 9:00-13:00. Chiuso domenica e lunedì, e chiuso ogni pomeriggio. È possibile concordare un’apertura in altri momenti telefonando allo 0874 4271: se arrivi in giornata sbagliata, quella chiamata è l’unica strada.
Come arrivare. Larino ha una stazione sulla linea Termoli-Campobasso, ma il parco archeologico è in località Piano San Leonardo, due chilometri fuori dal centro storico: fra le due parti della città conviene spostarsi in auto. Da Termoli sono una trentina di chilometri.
Quanto tempo chiede. Un’ora per l’anfiteatro e le terme, un’altra ora e mezza per il centro storico con la cattedrale e Palazzo Ducale. Fai l’anfiteatro per primo, perché chiude alle 13:00 e il centro storico non ha orari.
Attenzione: il parco archeologico confina con l’edilizia moderna e dall’interno si vedono i palazzi. Non è un difetto della visita, è la storia della città: l’anfiteatro è rimasto dov’era e Larino gli è cresciuta intorno.
Il resto del Molise
L’itinerario di due giorni, con il calendario che decide che cosa riesci a vedere, è in cosa vedere in Molise. L’altra città romana della regione, conservata per intero e attraversata da una strada di pastori, è Saepinum; il santuario dei Sanniti prima di Roma è Pietrabbondante. Gli altri pezzi sono la cattedrale di Termoli e Campobasso con il Castello Monforte e il museo archeologico.
Se ti interessano gli anfiteatri romani e la differenza fra uno in rovina e uno ancora in uso, il termine di paragone è l’arena di Nîmes, dove si fanno ancora spettacoli.
Crediti fotografici: cattedrale di San Pardo di Termauri (CC BY-SA 4.0), ingresso dell’anfiteatro di Trocche1 (CC BY 4.0). Tutte da Wikimedia Commons.