Chi esce dal cortile d’onore di Palazzo Ducale, con la Flagellazione e lo Studiolo ancora negli occhi, difficilmente immagina che a dieci minuti a piedi, sotto le mura della Fortezza Albornoz, ci sia una sala sola dove due pittori marchigiani hanno lasciato nel 1416 uno dei cicli tardogotici meglio conservati delle Marche. Non è un museo, non ha una biglietteria imponente, e infatti la maggior parte dei visitatori di Urbino non ci entra mai.

Una cosa utile prima di partire: l’oratorio è aperto tutti i giorni, non risultano giorni di chiusura dalle fonti consultate, e non serve prenotare. È quindi una tappa che si può inserire senza troppa pianificazione in una giornata dedicata al Palazzo.

Questo articolo non è una guida al Palazzo Ducale, che sta invece in Palazzo Ducale e la Galleria Nazionale delle Marche: qui si resta dentro un’unica sala, a leggere un ciclo di affreschi che pochi cataloghi turistici raccontano per esteso, e ad attraversare la porta accanto, dove un secondo oratorio nasconde un presepe di stucco a grandezza naturale.

l’interno dell’oratorio di san giovanni battista a urbino con l’altare la crocifissione dei salimbeni e il ciclo narrativo sulla parete destra

Un ospedale per pellegrini, prima ancora di essere un oratorio

L’edificio nasce quasi un secolo prima del Palazzo Ducale, e non nasce come cappella d’arte ma come opera di carità. Nel 1365 il Capitolo Lateranense autorizzò Ugolino Finelli, membro della Confraternita di San Giovanni Battista, a costruire l’oratorio sul luogo dove già sorgeva un piccolo ospedale per l’accoglienza dei pellegrini e la cura dei malati: i lavori proseguirono fino al 1393, promossi dalla stessa confraternita laicale che gli dà il nome. Quando Federico da Montefeltro avvierà, nel 1454, il cantiere del Palazzo Ducale, l’oratorio esiste già da oltre sessant’anni.

In quell’ospizio annesso trascorse gli ultimi anni della sua vita, dedicandosi alla preghiera, il beato Pietro Spagnoli, religioso della congregazione dei Gerolamini morto il 15 giugno 1415, proprio mentre i Salimbeni lavoravano alle pareti accanto. Le sue spoglie, dopo due ricognizioni fra Seicento e Settecento, riposano ancora oggi in un’urna di cristallo sotto l’altare maggiore, davanti al quale si alza la Crocifissione dipinta l’anno seguente. Nei secoli la confraternita originaria si unì ad altre due: quella di San Giacomo Apostolo nella prima metà dell’Ottocento, e quella di Sant’Antonio Abate negli anni Venti del Novecento, dopo la demolizione del loro oratorio al Borgo Mercatale.

Di tutto questo, oggi, resta una sala rettangolare unica, coperta da un soffitto a capriate lignee, senza il fasto architettonico del Palazzo Ducale a poca distanza. Nessun percorso di stanze, nessuna gerarchia di sale come nel palazzo dei Montefeltro: le pareti sono la mostra, e vanno lette come si legge un libro aperto, dal basso verso l’alto e da un lato all’altro.

Sulla parete della Crocifissione una scritta fissa la firma e l’anno

Che cosa dice, esattamente, la scritta dipinta sulla parete di fondo, sotto la grande Crocifissione? Riporta, in latino e con alcune lettere perdute che gli studiosi hanno ricostruito, i nomi dei due autori: «Laurentius da Sancto Severino et Jacobus frater eius», Lorenzo da San Severino e Jacopo suo fratello. È la firma congiunta più importante che i due fratelli abbiano lasciato: secondo gli studi che ne hanno ricostruito il catalogo, è una delle sole due opere firmate insieme da entrambi.

La voce che il Dizionario Biografico degli Italiani dedica a Lorenzo Salimbeni colloca il cantiere fra il 1415, quando i lavori cominciano, e il luglio 1416, quando si concludono: non una data unica, quindi, ma un anno e mezzo di lavoro che la scritta sulla parete sigilla alla fine. Per Lorenzo è anche, con ogni probabilità, l’ultimo grande cantiere: morì prima dell’ottobre 1420, data in cui la moglie Vanna si dichiara vedova in un documento, e nessuna opera datata con sicurezza gli viene attribuita dopo Urbino.

Due fratelli che dipingono come se fossero una sola mano

La coppia che firma questa parete viene dalla stessa città marchigiana. Lorenzo nacque a San Severino Marche nel 1373 o 1374, figlio di un mercante di panni di lana, e la sua formazione unisce influssi della pittura emiliana di fine Trecento (in particolare la cerchia di Jacopo Avanzi) con la tradizione umbro-marchigiana e il gusto per la miniatura da codice. Jacopo, di cui si sa meno, nacque intorno al 1370-1380, fu consigliere del Comune nella San Severino natale e sopravvisse al fratello almeno fino al 1426.

I due firmano insieme il cantiere urbinate, ma distinguere la mano dell’uno da quella dell’altro resta difficile: l’omogeneità formale del loro catalogo, che gli studiosi hanno più volte sottolineato (fra tutti Mauro Minardi, autore della monografia più completa sull’opera dei due fratelli), fa pensare a un lavoro condotto quasi all’unisono, pur restando Lorenzo, secondo la critica prevalente, la personalità artistica di riferimento. Il risultato è uno stile che appartiene al gotico internazionale, la corrente cortese e cosmopolita che negli stessi decenni attraversava le corti italiane insieme a pittori come Gentile da Fabriano: colori preziosi, superfici arricchite da applicazioni vetrose e metalliche che imitano la lucentezza delle miniature d’oltralpe, e una sofisticatezza figurativa che qui, a Urbino, si accompagna a un’intensità psicologica non comune nel genere.

Gentile da Fabriano è marchigiano quanto i Salimbeni, e con lui condivide la generazione più che la bottega: sono nati nella stessa regione, negli stessi anni, e hanno imparato a tradurre nello stesso linguaggio cortese le corti che li avevano messi al lavoro. È un promemoria utile per chi pensa alle Marche del primo Quattrocento come a una provincia in attesa del Rinascimento fiorentino: per un paio di decenni, prima di Piero della Francesca, questa regione parla la lingua internazionale delle corti gotiche d’Europa, e la sala che si sta guardando ne è una delle testimonianze meglio conservate.

Il racconto del Battista si allunga per diciassette scene

Sulla parete destra, quella che si incontra entrando, il ciclo racconta la vita di san Giovanni Battista in una sequenza che gli studiosi contano intorno a diciassette episodi, distribuiti su più registri: dodici si conservano in condizioni buone, altri cinque restano solo come frammenti. Si parte dall’Annuncio a Zaccaria vicino all’altare, si passa per la Visitazione e la Natività del Battista, raccontate con un dettaglio narrativo insolito per un ciclo di queste dimensioni, e si arriva alla predicazione alle folle, al battesimo di Cristo nel Giordano, alla comparsa davanti a Erode e infine alla sepoltura del corpo decapitato del santo.

È un racconto che si prende il tempo di sviluppare i particolari quotidiani, invece di limitarsi ai momenti canonici della vita del Battista, e proprio in questo si misura la qualità narrativa dei Salimbeni: le architetture dipinte, i gesti delle figure secondarie, gli animali e gli oggetti di scena compongono un mondo continuo, non una successione di icone isolate. La scena di Erode a cavallo, in particolare, rompe lo schema fisso della predicazione da trono che si vede in molti cicli coevi, e mette in scena un sovrano in movimento, con il seguito armato alle spalle, in un registro quasi cavalleresco più vicino ai codici miniati di corte che alla pittura da altare.

il ciclo narrativo della vita del battista sulla parete destra dell’oratorio di san giovanni a urbino

La Crocifissione chiude il racconto su una collina affollata

Sulla parete di fondo, dietro l’altare, il ciclo trova il suo punto più alto in una Crocifissione di tipo «popolato»: una formula compositiva che dal Trecento in avanti si era diffusa proprio per le possibilità narrative che offriva, riempiendo il Calvario di figure invece di isolare la croce su uno sfondo vuoto. Qui si vedono i due ladroni accanto a Cristo, un gruppo di farisei e di soldati romani che portano vessilli quasi da torneo cavalleresco, san Longino che trafigge il costato, la Vergine che sviene sorretta dalle pie donne e la Maddalena che si dispera con un gesto ampio delle braccia.

È la scena che riassume tutto quello che la sala racconta: la stessa ricchezza cromatica del ciclo del Battista, la stessa attenzione ai dettagli dei costumi e delle armature, messa al servizio del momento più drammatico del racconto evangelico. La scelta del tipo affollato, invece della composizione più austera con poche figure raccolte intorno alla croce, è quella che permette ai Salimbeni di riempire l’intera parete con un secondo racconto, fatto di comparse, cavalli e vessilli, che circonda senza distrarre il centro drammatico della scena. Ed è proprio su questa parete, come si è visto, che i due fratelli hanno lasciato la loro firma insieme alla data.

la crocifissione dei fratelli salimbeni con la folla a cavallo sulla parete di fondo dell’oratorio di san giovanni a urbino

Chi ha dipinto le ultime scene, vicino alla porta d’ingresso

Chi ha completato le scene della parete sinistra e del controfacciata, quelle più vicine all’ingresso? L’analisi stilistica, più che un documento, assegna queste parti non ai fratelli Salimbeni ma ad Antonio Alberti da Ferrara, pittore attivo nelle Marche nei decenni successivi al 1416: una mano diversa, innestata sul racconto del Battista, che gli studi più recenti (a partire dalla monografia di Minardi sui Salimbeni) distinguono con sicurezza dal nucleo firmato e datato dai due fratelli.

Non è un dettaglio da poco per chi guarda la sala con attenzione: significa che l’oratorio non è un cantiere chiuso in un solo anno, ma un insieme cresciuto per aggiunte successive attorno a un nucleo originario, quello del 1416, che resta comunque la parte più importante e meglio documentata di tutto il ciclo. A differenza della Crocifissione e delle Storie del Battista, qui non c’è una scritta a confermarlo: l’attribuzione ad Alberti nasce dal confronto con le sue opere firmate altrove nelle Marche e in Emilia, non da un documento trovato in questa sala.

Un ciclo raro, perché il resto del catalogo dei Salimbeni si è perso

Il ciclo di Urbino viene descritto come uno dei meglio conservati fra quelli tardogotici delle Marche, e il confronto con quanto resta altrove del lavoro dei due fratelli spiega perché. Nel Duomo Vecchio della loro San Severino Marche, i Salimbeni firmarono un altro ciclo, le Storie di san Giovanni Evangelista, dipinto in una cappella sotto la torre campanaria: oggi ne restano solo brani staccati, trasferiti dopo un terremoto alla Pinacoteca civica della città, lontano dal muro per cui erano stati pensati. Nella chiesa della Misericordia, sempre a San Severino, di un altro loro intervento sopravvivono soltanto frammenti. A Urbino, invece, l’intera sala è arrivata fino a oggi nella sua collocazione originale.

Il merito è anche di un intervento moderno preciso: fra il 1972 e il 1977 la Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici delle Marche condusse un restauro che rimosse le strutture posticce accumulate nei secoli, pulì e restaurò tutte le pareti affrescate e restituì la lettura unitaria dell’intero ciclo, oggi protetto sotto il soffitto ligneo a forma di carena di nave capovolta che copre la sala fin dall’origine. Sulla facciata esterna, invece, l’aspetto neogotico che si vede oggi risale a un restauro di inizio Novecento firmato da Diomede Catalucci: quello che sembra un edificio medievale intatto è, all’esterno, anche il risultato di un intervento novecentesco a tutti gli effetti.

Accanto, un secondo oratorio nasconde un presepe di stucco a grandezza naturale

Un presepe manierista del pieno Cinquecento e un oratorio tardogotico di primo Quattrocento hanno poco in comune dal punto di vista stilistico, ma tutto dal punto di vista della visita: l’Oratorio di San Giuseppe sorge accanto a quello di San Giovanni, ed è amministrato da un’altra confraternita, quella di San Giuseppe, che ne completò la costruzione nel 1515. Fra il 1682 e il 1689 l’edificio fu quasi interamente ricostruito a spese di Orazio Albani, per rimediare all’umidità che lo danneggiava: dell’oratorio cinquecentesco si salvò solo la cappella che custodiva il presepe, risparmiata apposta dalla demolizione.

Quel presepe è opera dello scultore Federico Brandani (1522/1525-1575), nato a Urbino e formatosi presso un maiolicaro prima di diventare artista di corte al servizio del duca Guidobaldo II della Rovere, e lo realizzò fra il 1545 e il 1550. Brandani ricoprì le pareti della cappella di tufo e pietra pomice per ricreare l’ambiente di una grotta, e vi collocò la Natività con figure in stucco a grandezza naturale: la Sacra Famiglia, il bue, l’asino e quattro pastori in adorazione sotto una tettoia, mentre sul soffitto una gloria di angeli in stucco anima la volta. È considerato fra i risultati più alti della scultura manierista italiana in questo genere, e si visita con lo stesso biglietto dell’Oratorio di San Giovanni.

Lo stesso Brandani, fino al 1560, lavorò anche dentro il Palazzo Ducale: sono sue la cupola della cappella del Perdono e il soffitto a stucchi della sala della Preghiera, entrambe visibili nel percorso della Galleria Nazionale delle Marche. È un altro filo che lega l’oratorio appena visitato al palazzo poco distante: lo stesso scultore ha lasciato la sua opera più celebre in una sala che quasi nessuno cerca, e un lavoro più feriale nelle sale che tutti percorrono.

il presepe in stucco di federico brandani nell’oratorio di san giuseppe a urbino

Messe una accanto all’altra, le due sale raccontano due secoli diversi con lo stesso gesto: un ciclo gotico firmato da due fratelli marchigiani nel 1416, e un presepe manierista firmato da uno scultore urbinate nel 1550, entrambi tenuti insieme da una parete comune e da un solo biglietto. Nessuna delle due sale compete con le dimensioni del Palazzo Ducale, ed è probabilmente proprio per questo che tanti visitatori le saltano: non c’è una facciata che chiama da lontano, bisogna sapere che ci sono.

Informazioni pratiche

Dati verificati a settembre 2026, incrociando fonti indipendenti. Il sito ufficiale della Confraternita di San Giovanni (una semplice pagina con un menu, senza orari né tariffe pubblicati) non basta da solo a coprire tutto quello che segue.

Biglietti. Il biglietto cumulativo che comprende sia l’Oratorio di San Giovanni sia l’attiguo Oratorio di San Giuseppe con il presepe di Brandani costa 5 euro. Il valore risulta da fonti secondarie convergenti, non da una pagina ufficiale della Confraternita: trattalo come un’informazione solida ma non certificata alla fonte. L’ingresso singolo al solo Oratorio di San Giovanni, secondo le stesse fonti, costa 2,50 euro.

Prenotazione. Nessuna fonte consultata segnala l’obbligo di prenotare: la visita si fa presentandosi in loco negli orari di apertura.

Orari. L’Oratorio di San Giovanni Battista è aperto tutti i giorni, dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00. Le fonti consultate non segnalano alcun giorno di chiusura settimanale. L’ultimo ingresso non è indicato da nessuna fonte raggiunta: conviene calcolare il tempo di visita per essere dentro con largo anticipo sull’orario di chiusura, invece di contare su un margine che qui non è dichiarato da nessuna parte.

Come arrivare. L’oratorio si trova in via Barocci, nel centro storico di Urbino, a pochi minuti a piedi da Palazzo Ducale e ai piedi della Fortezza Albornoz.

Quanto tempo chiede. Una visita attenta alla sola sala del Battista occupa un quarto d’ora; con l’Oratorio di San Giuseppe accanto, la sosta arriva a mezz’ora abbondante, tempo che vale la pena inserire nella stessa giornata dedicata al Palazzo Ducale.

Per l’itinerario completo di quella giornata, con gli orari di apertura di ogni tappa, la guida di riferimento è Cosa vedere a Urbino in un giorno.

Crediti fotografici: interno dell’oratorio di Mattis (CC BY-SA 3.0), Crocifissione di Accurimbono, ciclo narrativo di Helvio ricina, presepe di Brandani di Stbuccia (CC BY-SA 4.0). Tutte da Wikimedia Commons.