Il Museo Egizio di Torino è la collezione egizia più importante del mondo dopo quella del Cairo, e questa frase la trovi ovunque. Quella che non trovi quasi mai è la ragione, che non ha niente di romantico: Torino era la capitale di uno Stato che nell’Ottocento voleva contare in Europa, e comprare l’Egitto era un modo per contare.
Il risultato è un museo che oggi conserva oltre quarantamila reperti e che è, con ogni probabilità, il più antico museo egizio del mondo: nasce nel 1824 e apre al pubblico nel 1832, quando l’Italia non esisteva ancora.
Quello che segue non è l’elenco di tutto. Sono le sei cose per cui vale la pena attraversare cinque piani, con la storia di come ognuna è finita qui, perché in questo museo la seconda parte è interessante quanto la prima.
Il museo comincia con un oggetto che non è egizio
Da quale oggetto nasce la più antica collezione egizia del mondo? Vale la pena saperlo prima di entrare, perché è la cosa più strana di questa storia. Il primo pezzo della collezione, quello attorno a cui tutto il resto si è accumulato, è la Mensa Isiaca: una tavola di bronzo lunga un metro e venticinque, intarsiata d’argento e di leghe colorate, coperta di divinità e geroglifici.
Carlo Emanuele I di Savoia la acquistò nel 1628 e arrivò a Torino attorno al 1630. Per un secolo e mezzo gli studiosi ci si accanirono sopra convinti che contenesse una dottrina segreta.
Non è egizia. La scheda del museo la data fra il 30 avanti Cristo e il 395 dopo Cristo e la assegna a Roma: è un manufatto romano di età imperiale, fatto in Italia da artigiani che imitavano l’Egitto perché a Roma il culto di Iside andava di moda. I geroglifici che porta non dicono niente di sensato.
L’ironia è che la collezione più importante d’Europa nasce da un equivoco, e nasce proprio grazie a quell’equivoco: fu per capire la Mensa che i Savoia mandarono qualcuno in Egitto a cercare le prove.

Donati, Drovetti e l’anno che conta: il 1824
Il primo mandato fu Vitaliano Donati, botanico e professore all’Università di Torino, che fra il 1759 e il 1762 andò in Egitto a cercare l’origine della Mensa. Non la trovò, ma tornò con tre statue prese dal tempio della dea Mut a Karnak: una Iside, una Sekhmet e un Ramesse. Fu la prima volta che l’Egitto vero entrò a Torino.
Come si passa da tre statue a quarantamila reperti? Il salto avviene sessant’anni dopo. Bernardino Drovetti, piemontese, console generale di Francia in Egitto negli anni di Muhammad Ali, mise insieme una raccolta enorme approfittando di una posizione che oggi chiameremmo con altri nomi. Nel 1824 Carlo Felice la comprò: più di quattromila oggetti, arrivati a Torino in casse.
La statua seduta di Ramesse II in granodiorite viene da lì. La targa dice esattamente questo: Karnak, tempio di Amon, collezione Drovetti, 1824. È il pezzo che tutti fotografano, ed è alta abbastanza da farti capire, guardandola dal basso, cosa volesse dire per un egiziano del Nuovo Regno vedere il proprio re.

Il Canone Reale, e i trecento pezzi rimessi insieme guardando le fibre
Nelle casse di Drovetti c’era anche una cosa che, quando fu aperta, era ridotta in briciole: un papiro amministrativo scritto su un lato e, sul rovescio, l’elenco dei re d’Egitto dagli dèi fino alla XVII dinastia, con la durata esatta di ogni regno in anni, mesi e giorni.
È il Canone Reale, e non ha equivalenti: nessun altro documento egizio dà la cronologia in questa forma. Le liste incise sui templi celebrano i re graditi e cancellano gli altri; questa li elenca tutti, perché non era fatta per essere vista.
Champollion arrivò a Torino nel 1824, l’anno stesso in cui le casse si aprivano, e passò mesi sui papiri appena arrivati. Del Canone identificò e descrisse quarantotto frammenti, con centoquarantadue cartigli reali. Poi, nel 1826, il tedesco Gustavus Seyffarth, che era il suo rivale, ne rimise insieme circa trecento in tre mesi, e lo fece senza leggere i geroglifici: accostava i frammenti guardando come correvano le fibre vegetali del papiro, come si fa con le venature del legno.
Oggi ne restano poco più di trecento, in una cornice lunga più di due metri. Guardarlo è deludente e istruttivo insieme: quello è lo stato reale in cui ci arriva la storia antica.

La Galleria dei Re, che dal 2024 non è più quella che forse ricordi
La Galleria dei Re è ancora la sala buia delle fotografie? Se hai già visitato il museo, o se ne hai viste, quasi certamente la Galleria dei Re che hai in mente non esiste più. Vale la pena saperlo prima, perché il cambiamento è radicale e divide.
Dal 2006 al 2024 la sala delle statue monumentali di Tebe era una black box firmata da Dante Ferretti, lo scenografo tre volte premio Oscar: buio quasi totale, un fascio di luce su ogni statua, specchi alle estremità che moltiplicavano la fila. Era teatro, funzionava benissimo nelle fotografie ed era la sala che tutti ricordavano.
Il 20 novembre 2024, per il bicentenario, quell’allestimento è stato sostituito da uno nuovo, dello studio olandese OMA, che fa l’opposto: pareti di alluminio che lasciano entrare la luce di giorno dalle finestre del palazzo, niente riflettori, sfondi chiari. Le due sfingi di arenaria da Karnak non guardano più verso l’ingresso ma si fronteggiano, come stavano nel tempio, e sui pannelli si vede da dove ogni pezzo proviene.
Il ragionamento è dichiarato: la penombra faceva sembrare le statue oggetti misteriosi, mentre erano arredo di templi affollati e visibilissimi. Chi amava la vecchia sala l’ha presa male, e la discussione è ancora in corso. In ogni caso, aspettati luce.

La tomba di Kha e Merit, l’unica cosa qui che nessuno aveva toccato
Se devi scegliere una sola cosa da guardare bene in questo museo, è questa.
Il 15 febbraio 1906 Ernesto Schiaparelli, direttore del museo e capo della missione archeologica italiana, arrivò con duecento operai in fondo a un pozzo a Deir el-Medina, il villaggio degli artigiani che scavavano e decoravano le tombe della Valle dei Re. Dentro c’era la sepoltura di Kha, capo delle squadre di quel villaggio, e di sua moglie Merit, morti attorno al 1350 avanti Cristo.
Era intatta. Nessun ladro l’aveva trovata in trentatré secoli, ed è la ragione per cui vale più di tutto il resto: oltre quattrocentosessanta oggetti rimasti al loro posto, non una selezione di cose belle ma il contenuto integrale di una sepoltura.
E il contenuto non è quello che ci si aspetta. Ci sono i sarcofagi e la maschera funeraria dorata di Merit, certo. Ma ci sono anche il letto, gli sgabelli, i cassoni con la biancheria piegata, gli attrezzi da lavoro di Kha, i giochi da tavolo, i vasetti dei cosmetici, e il cibo: pane, frutta secca, carne. È la casa di due persone, portata sottoterra e ritrovata.
Fra gli attrezzi c’è uno strumento di misura di Kha che gli studiosi discutono ancora, e che è la cosa più commovente della sala: un uomo che di mestiere costruiva tombe per i re si è fatto seppellire con i propri ferri.

Il tempio di Ellesiya, che è arrivato in sessantasei pezzi
Al piano interrato c’è una parete di arenaria alta quanto la sala, scavata e non costruita, con le nicchie e i rilievi ancora al loro posto. È un tempio rupestre intero, e non è una ricostruzione.
Lo aveva fatto scavare Thutmose III nella roccia della Nubia. Quando la diga di Assuan creò il lago Nasser, decine di monumenti nubiani finirono sotto l’acqua e l’UNESCO organizzò il salvataggio; l’Italia partecipò, e nel 1970 l’Egitto ringraziò regalandole questo tempio. Fu tagliato in sessantasei blocchi, spedito e rimontato a Torino, dove è stato inaugurato il 4 settembre 1970.
È l’unico posto in Italia in cui si entra dentro un tempio egizio.

Come si visita, senza uscirne stanchi
Il museo si sviluppa su cinque piani e il percorso è cronologico dall’alto verso il basso, cioè si sale con l’ascensore e si scende camminando. Chiede due ore e mezza se cammini, tre se leggi le didascalie, e non è un museo che si può fare in un’ora.
Il consiglio pratico che vale più di ogni altro: non metterlo nello stesso pomeriggio dei Musei Reali. Sono a cinque minuti l’uno dall’altro e la tentazione è forte, ma sono due collezioni da due ore e mezza l’una.
Se hai poco tempo e devi scegliere quattro cose, scegli la Galleria dei Re, la sala di Kha e Merit, il Canone Reale e il tempio di Ellesiya, in quest’ordine di percorso. Sono su piani diversi e la mappa all’ingresso te li segna.

Informazioni pratiche
Dati verificati il 2 settembre 2026 sul sito ufficiale del museo. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. L’intero costa 18 euro e il museo dichiara che l’acquisto online è obbligatorio, con scelta della fascia oraria: non contare di presentarti alla cassa. L’ingresso è gratuito con l’Abbonamento Musei e con la Torino+Piemonte Card, e costa 15 euro con il Royal Pass.
Orari. Lunedì 9.00-14.00, da martedì a venerdì e la domenica 9.00-18.30, sabato 9.00-20.00. Il lunedì corto è il vincolo che frega più visitatori: mezza giornata non basta per questo museo, quindi il lunedì o ci vai la mattina presto o lo sposti a un altro giorno.
Se stai costruendo un itinerario, il museo è la prima tappa di Cosa vedere a Torino in 2 giorni, dove trovo il posto giusto in cui incastrarlo fra le chiusure della città.
Dove. Il museo sta in via Accademia delle Scienze 6, nel palazzo del Collegio dei Nobili, a cinque minuti a piedi da piazza Castello e a quindici dalla stazione di Porta Nuova.
Quanto tempo. Due ore e mezza il percorso completo, un’ora e un quarto se punti solo alle quattro sale principali.
Perché qui non ci sono link ai biglietti. Il museo vende soltanto sul proprio sito, con la fascia oraria: mandarti su un rivenditore sarebbe un peggioramento e basta.
Crediti fotografici: facciata del museo di Gianni Careddu (CC BY-SA 4.0); statua di Sekhmet nella nuova Galleria dei Re di DFina (CC BY 4.0); Mensa Isiaca, statua di Ramesse II, Canone Reale, maschera di Merit e tempio di Ellesiya, fotografie del Museo Egizio rilasciate in CC0. Tutte da Wikimedia Commons.