Lo Studiolo di Federico da Montefeltro occupa poco più di dodici metri quadrati, tre metri e sessanta per tre e trentacinque, ed è la stanza più piccola dell’intero Palazzo Ducale di Urbino. È anche quella che dice di più su chi lo fece costruire. Le pareti sembrano rivestite di armadi socchiusi, strumenti musicali appoggiati di traverso e libri lasciati a metà: nessuno di questi oggetti esiste davvero. Sono tarsie lignee, legno intagliato e commesso con legno, che dal 1476 fingono una profondità che la stanza, larga meno di quattro metri, non ha.

Tre cose vanno sapute prima di entrare. Lo Studiolo ha riaperto il 30 maggio 2025, dopo un restauro finanziato con i fondi del PNRR che lo aveva tenuto chiuso diversi mesi. Della serie completa dei ritratti di uomini illustri che un tempo correva sopra le tarsie, oggi a Urbino resta solo metà: l’altra metà è al Louvre, e nella stanza restaurata la sostituiscono riproduzioni ad alta definizione. E quel restauro, da quando è finito, non ha messo d’accordo tutti: una polemica di architetti e storici dell’arte lo accompagna ancora, con date precise e argomenti precisi, ed è la parte di questa storia che nessun altro articolo del sito racconta.

Per gli orari, i biglietti e il resto del percorso della Galleria Nazionale delle Marche, la guida completa sta in Palazzo Ducale e la Galleria Nazionale delle Marche: qui non li ripetiamo. Chi cerca la Flagellazione di Piero della Francesca o la Città Ideale trova il loro articolo in La Flagellazione di Piero della Francesca e la Città Ideale. Questo pezzo resta nello Studiolo: la stanza, il suo programma e quello che le è successo negli ultimi due anni.

angolo dello studiolo con il soffitto a lacunari dorati e la fila dei ritratti degli uomini illustri

Una stanza di legno che finge di essere piena di altre stanze

Ogni parete dello Studiolo è divisa in due fasce. Nella fascia bassa, all’altezza dello sguardo, le tarsie riproducono stalli da coro semiaperti: dentro sembrano posati oggetti reali, uno scoiattolo, una gabbia con un pappagallo, strumenti musicali come il liuto e il clavicordo, orologi, astrolabi, libri chiusi o aperti a metà pagina. Nella fascia alta, dipinta ma non più intarsiata, correva un tempo la sequenza dei ritratti di uomini illustri. Sopra tutto, un soffitto a lacunari dorati porta gli stemmi ducali e un’iscrizione che data il compimento dei lavori al 1476.

La tecnica che rende possibile l’illusione si chiama tarsia: legni di specie diverse, ciascuno con una tonalità naturale propria, tagliati e commessi insieme con una precisione millimetrica fino a costruire ombre, volumi e punti di fuga senza una sola pennellata di colore. È un procedimento lento quanto la pittura, e più difficile da correggere: un taglio sbagliato nel legno non si copre con un secondo strato.

L’effetto, visto dal vivo, non è decorativo in senso debole. Gli armadietti socchiusi sembrano contenere davvero ciò che mostrano, al punto che generazioni di visitatori hanno provato ad aprirli prima di capire che sono superfici piatte. È l’esito più alto a cui la tarsia rinascimentale sia arrivata in Italia, e resta il motivo per cui questa stanza minuscola attira ogni anno un pubblico sproporzionato rispetto alle sue dimensioni.

intarsio ligneo a trompe-l’oeil dell’armadio con l’armatura del duca

Tre nomi, forse quattro, per un solo cantiere di legno

Chi tagliò davvero questo legno? Il nome documentato è quello di Baccio Pontelli, architetto e intarsiatore fiorentino attivo a Urbino fra il 1474 e il 1476, a cui la critica attribuisce l’esecuzione materiale delle tarsie insieme alla bottega dei fratelli Benedetto e Giuliano da Maiano, a cui si deve anche il soffitto a lacunari.

Sui disegni da cui quelle tarsie furono tratte, la certezza cala. Una parte della critica ha proposto Sandro Botticelli come autore dei cartoni per le allegorie delle virtù teologali, un’altra ha visto la mano di Francesco di Giorgio Martini, architetto senese già al lavoro nel palazzo, soprattutto nelle geometrie astratte e nell’orologio intarsiato; un’altra ancora ha chiamato in causa il giovane Donato Bramante, a cui una parte degli studiosi attribuisce anche il disegno complessivo della stanza. Nessuna di queste attribuzioni ha raccolto un consenso definitivo: restano ipotesi, sostenute da confronti stilistici con altre opere di questi autori, non da documenti di pagamento che le fissino con certezza.

Vale la pena tenerlo a mente proprio perché lo Studiolo viene spesso raccontato come un’opera dai contorni netti. Non lo è: è il risultato di una bottega fiorentina che eseguì un progetto la cui paternità intellettuale resta, dopo più di cinque secoli di studi, materia di ipotesi più che di certezza.

Un programma scritto in tarsia, non in parole

Perché un condottiero che aveva fatto delle armi il proprio mestiere riempie la stanza più privata del suo palazzo di libri, strumenti musicali e simboli della sapienza, invece che di trofei di guerra? Perché lo Studiolo non era pensato per mostrare al visitatore chi Federico da Montefeltro era in battaglia, ma chi voleva essere quando la porta si chiudeva alle sue spalle.

Sulla parete nord corre un cartiglio intarsiato con un verso del nono libro dell’Eneide, virtutibus itur ad astra, attraverso le virtù si arriva alle stelle: è la chiave dichiarata dell’intero programma. Sotto la fascia degli oggetti, in una serie di pannelli separati, sono intarsiate le imprese personali del duca, i simboli araldici con cui traduceva in immagini le proprie qualità morali. Gli oggetti delle tarsie non sono scelti a caso: strumenti musicali e libri rimandano alle arti liberali, l’armadietto con l’armatura e le insegne militari ricorda il mestiere delle armi da cui viene la ricchezza del duca, e la compresenza dei due mondi nella stessa stanza è, essa stessa, il messaggio.

intarsio a trompe-l’oeil con tendaggio scostato su una figura in armi sopra la tastiera di un clavicordo

Ventotto uomini illustri, e oggi soltanto quattordici restano a Urbino

Sopra le tarsie, in origine, correva la sequenza dei ritratti degli uomini illustri: ventotto pannelli dipinti fra il 1473 e il 1476, che raffiguravano filosofi antichi, padri della Chiesa, poeti e sapienti contemporanei scelti come modelli ideali di sapere. La commissione andò a Giusto di Gand, pittore fiammingo documentato alla corte di Urbino in quegli stessi anni, che secondo gli studi della National Gallery di Londra disegnò l’intera serie ed eseguì la maggior parte dei disegni preparatori. Il completamento di diversi pannelli viene attribuito a Pedro Berruguete, pittore spagnolo attivo anch’egli a Urbino: un’attribuzione che resta però aperta, perché le opere firmate di Berruguete che sono giunte fino a noi mostrano, secondo la stessa ricerca londinese, uno stile diverso e meno raffinato di quello degli Uomini Illustri, al punto che l’estensione reale del suo intervento nella serie non è mai stata stabilita con certezza.

Il ciclo non è mai tornato integro a Urbino. Nel 1633, quando il ducato dei Montefeltro passò allo Stato Pontificio, il cardinale legato Antonio Barberini fece portare via i pannelli, tagliandoli l’uno dall’altro e cancellando gran parte delle iscrizioni che un tempo ne identificavano i soggetti. Nel 1861 Napoleone III acquistò quattordici di quei pannelli dalla collezione Barberini, e nel 1863 entrarono al Museo del Louvre, dove restano tuttora. Gli altri quattordici tornarono in Italia solo nel 1934, grazie a un accordo con la stessa famiglia Barberini, e da allora sono esposti alla Galleria Nazionale delle Marche, nel percorso del Palazzo Ducale.

I ventotto nomi, letti nel loro ordine originale, mostrano quanto fosse ampio lo spettro a cui Federico guardava: Platone e Aristotele, i padri della Chiesa Gregorio Magno, Girolamo, Ambrogio e Agostino, gli scienziati Tolomeo, Euclide e Ippocrate, i poeti Omero, Virgilio, Dante e Petrarca, i giuristi e i teologi come Bartolo da Sassoferrato e Tommaso d’Aquino, fino a figure bibliche come Mosè e Salomone. Non è una galleria di soli classici: fra i ventotto compaiono anche contemporanei o quasi contemporanei di Federico, come il cardinale Bessarione e i papi Pio II e Sisto IV, segno che il duca metteva sullo stesso piano l’autorità antica e quella del proprio secolo.

È il motivo per cui chi visita oggi lo Studiolo non vede la serie originale: vede quattordici ritratti autentici, affiancati da riproduzioni ad alta definizione dei quattordici che restano a Parigi, inserite proprio nel riallestimento del 2025 per restituire visivamente l’unità di un ciclo che, fisicamente, resterà diviso fra due paesi.

ritratto di San Gregorio Magno, uno dei pannelli della serie degli uomini illustri

Uno studiolo non è un ripostiglio di libri: è un autoritratto morale

Federico da Montefeltro non inventò il genere. Già Leonello d’Este, signore di Ferrara, si era fatto decorare uno studiolo a Belfiore negli anni Quaranta del Quattrocento, con un programma di Muse dipinte da alcuni dei maggiori pittori del tempo; qualche decennio dopo Isabella d’Este avrebbe fatto lo stesso a Mantova, trasformando la propria stanza privata in uno dei cantieri artistici più ambiziosi del Rinascimento italiano. L’idea di una stanza separata dal cerimoniale di palazzo, riservata alla lettura e alla meditazione del signore, apparteneva insomma al costume delle corti del secolo, non a un’invenzione isolata di Federico.

Quello urbinate resta però il più compiuto arrivato fino a noi, e non fu nemmeno l’unico che Federico si fece costruire: un secondo studiolo, con un programma di tarsie simile, decorava il suo palazzo di Gubbio. Smontato nell’Ottocento, oggi è ricostruito al Metropolitan Museum di New York, e la sua sola esistenza racconta che lo Studiolo di Urbino non fu un capriccio isolato, ma l’espressione di un’idea a cui il duca teneva abbastanza da ripeterla in due città diverse.

Federico da Montefeltro raccolse una biblioteca fra le più grandi d’Italia dopo quella vaticana, con uno scriptorium di copisti stabilmente al lavoro, e chiamò a corte umanisti e artisti da tutta la penisola. Lo Studiolo è la sintesi fisica di quella biblioteca: una stanza che non contiene un solo libro vero, ma dichiara, con ogni tarsia e ogni ritratto, a quale tradizione di sapere il suo proprietario intendeva appartenere. Il duca vi si ritirava, secondo la tradizione biografica, per leggere e discutere con i suoi umanisti lontano dal cerimoniale delle sale di rappresentanza: un uso privato, coerente con le dimensioni della stanza, anche se nessun diario o lettera del tempo ne descrive nel dettaglio le giornate.

Il cantiere del 2025 ha restaurato anche due stanze che nessuno si aspettava

Lo Studiolo era chiuso dal 4 novembre 2024. Il restauro, finanziato con i fondi del PNRR, ha riaperto la stanza il 30 maggio 2025, e il gruppo che lo ha diretto (il direttore della Galleria Nazionale delle Marche Luigi Gallo, l’architetto Francesco Primari, lo storico dell’arte Giovanni Russo e la restauratrice Giulia Papini) ha lavorato non solo sulle tarsie, ma su tutto l’appartamento del duca che le circonda.

Sulle tarsie l’intervento ha smontato e rimontato i pannelli lignei seguendo le note lasciate da Pasquale Rotondi, il soprintendente che nel Novecento aveva già studiato e in parte ricostruito il palazzo, ha eliminato aggiunte ottocentesche che ne avevano alterato la lettura e ha recuperato i toni originali del legno, restituendo profondità alla prospettiva costruita nel Quattrocento. Per completare la fascia superiore con tutti e ventotto i ritratti, la Galleria Nazionale delle Marche ha stretto un accordo con il Louvre: il museo parigino ha fornito fotografie ad alta risoluzione dei quattordici pannelli che custodisce, da cui sono state ricavate le riproduzioni oggi montate nei nuovi pannelli costruiti apposta per ospitarle. Anche l’illuminazione è cambiata: un nuovo sistema nell’apertura della finestra simula la luce naturale, mentre le altre stanze dell’appartamento hanno ricevuto nuovi corpi illuminanti a soffitto.

Ma le scoperte più inattese sono arrivate dalle stanze accanto. La ricerca d’archivio condotta da Giovanni Russo ha permesso di restituire piena leggibilità alla latrina privata del duca, adiacente allo Studiolo, e di ricollocare correttamente gli elementi ornamentali del lavabo monumentale della camera da letto: un apparato che era stato smontato nell’Ottocento, quando il palazzo divenne sede della prefettura, e poi rimontato in modo incoerente. A guidare la ricollocazione sono state le vedute ottocentesche disegnate da Romolo Liverani, confrontate con i documenti d’archivio: un lavoro filologico che ha restituito, insieme allo Studiolo, un pezzo di vita quotidiana della corte che nessuna guida raccontava più.

Una trabeazione tolta, e la polemica che è seguita

Chi decide come deve tornare ad apparire una parete progettata cinque secoli fa, quando nessuna fotografia del progetto originale è mai esistita? È la domanda che a settembre 2025 ha sollevato Lorenzo Pagnini, storico dell’architettura e rappresentante del Forum Bramante, in un intervento pubblicato dal Giornale dell’Architettura. Pagnini ha contestato la rimozione della trabeazione lignea, l’elemento architettonico che completava le lesene sopra le tarsie e che il restauro ha sostituito con una tripla fascia su sfondo scuro: secondo lui, un intervento che priva le tarsie della loro logica strutturale originaria e che viola i principi del restauro filologico richiamati dalla teoria di Cesare Brandi. Pagnini ha criticato inoltre l’inserimento di corpi illuminanti a pavimento dentro il cotto quattrocentesco, un dettaglio che ha definito più adatto a un negozio che a una stanza rinascimentale.

La polemica non è rimasta confinata alle riviste specializzate. Il 6 febbraio 2026 Agenparl ha dato risalto nazionale alla vicenda, in un articolo che racconta insieme i risultati dichiarati del restauro (la luce e la profondità prospettica restituite alle tarsie, secondo la Galleria Nazionale delle Marche) e le stesse obiezioni sollevate mesi prima da Forum Bramante. Nelle fonti consultate per questo articolo non risulta una replica punto per punto della Galleria alle accuse di Pagnini: resta, per ora, una controversia aperta fra chi difende la scelta di restituire luce e leggibilità alla stanza e chi la considera un’alterazione non reversibile di un progetto rinascimentale documentato. Vale la pena chiarirlo: la polemica riguarda scelte di restauro e di allestimento, non l’accessibilità della stanza. Lo Studiolo, latrina e lavabo compresi, si visita regolarmente dal maggio 2025.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 5 settembre 2026. Lo Studiolo fa parte del percorso del piano nobile della Galleria Nazionale delle Marche, dentro il Palazzo Ducale di Urbino, e segue gli stessi orari e lo stesso biglietto dell’intero museo: non esiste un ingresso o una tariffa separati. Il palazzo apre dal martedì alla domenica ed è chiuso il lunedì. Per gli orari completi, i prezzi e come arrivare, la guida di riferimento resta Palazzo Ducale e la Galleria Nazionale delle Marche.

I cantieri PNRR che hanno interessato lo Studiolo insieme al resto del piano nobile sono conclusi: la stanza si visita per intero dal 30 maggio 2025, latrina del duca e lavabo monumentale della camera vicina compresi. La polemica sulle scelte di restauro, raccontata in questo articolo, non comporta alcuna limitazione alla visita.

Chi cerca la serie completa dei ventotto ritratti di uomini illustri deve mettere in conto due tappe: quattordici sono a Urbino, gli altri quattordici al Museo del Louvre di Parigi. A Urbino, dal 2025, riproduzioni ad alta definizione occupano i posti lasciati vuoti dai pannelli che restano in Francia.

Per inserire questa visita nel resto della giornata urbinate, insieme al Palazzo Ducale e alla Flagellazione, l’itinerario completo sta in Cosa vedere a Urbino in un giorno.

Crediti fotografici: veduta d’insieme dello Studiolo di BjoernEisbaer (CC BY-SA 3.0), intarsio con l’armatura del duca di Enric (CC BY-SA 4.0), Wikimedia Commons. Il ritratto di San Gregorio Magno è una riproduzione fotografica di un dipinto di pubblico dominio; l’intarsio con la figura in armi sopra il clavicordo è di Fabrizio Garrisi (CC0), entrambi da Wikimedia Commons.