Crollo di San Benedetto a Norcia: ecco cosa significava per me.

si può piangere una chiesa come si piange un uomo?

Eda, Storica dell’arte

Le chiese che ho studiato per la mia tesi, le chiese in cui ho speso mesi della mia vita, le chiese che ho amato e conosciuto pietra per pietra non ci sono più.

Sono state distrutte dal terremoto del 30 ottobre 2016.

Racconti di terremoti in Umbria

La mia famiglia proviene da un minuscolo paesino arroccato sugli appennini tra Norcia e Cascia: del vecchio paese non resta niente, fu spazzato via nel 1979, da pochi secondi di terremoto.

Io sono nata dieci anni dopo perciò non so cosa abbia significato per i miei bisnonni ottantenni perdere tutto a causa del terremoto: la casa, la stalla con i loro animali, amici e parenti. So solo quello che per anni mi hanno raccontato mio padre e gli altri, di una chiesa distrutta dalle scosse, di cui non restano che i ruderi, di un camposanto dove pure le tombe non ebbero pace, di una montagna spaccata nel cuore dell’Umbria, degli anni nelle roulottes, delle case ricostruite sul colle accanto nel 1986, e del paese abbandonato dove si torna solo l’estate ora che i vecchi sono tutti morti.

Ho passato tutte le mie estati tra quelle valli a pensare a quanto fosse ingiusto non aver mai potuto vedere il paese dove la mia famiglia ha vissuto per almeno quattro secoli, a chiedermi come fosse e come sarebbe stato se quella notte la terra non avesse tremato. Ma quella notte la terra tremò e quando la terra trema non si torna indietro.

La basilica di San Benedetto a Norcia prima del crollo

Norcia e Cascia prima e dopo il terremoto

Norcia é una piccola perla di città, incastonata tra le montagne in una pianura fertile, ricca di acqua e sole. Cascia è una città arroccata su una collina, una chiesa che sembra un castello e tante casette di pietra che la fanno somigliare ad un presepe.

La basilica di Norcia, il suo castello, i suoi templi, le case terremotate, sono stati costruiti e ricostruiti dall’uomo nel corso dei secoli. Questa città ha una pietra bianca che risplende sotto il sole e sembra proprio ridente, felice di starsene li, sull’appennino.

Finestra antica della chiesa di Sant’Agostino a Norcia, murata per motivi statici verso il XVII secolo

Le mie ricerche sulle chiese di Norcia e Cascia

Per la mia tesi in storia dell’arte medievale ho scelto proprio queste chiese, nulla fu più istintivo. Ho passato due anni a guardare san Benedetto, a studiare sant’Agostino, a fotografare san Francesco. Ho accarezzato ciascuna delle loro cicatrici, lasciate dai passati terremoti nella Valnerina.

Ho speso mesi a frugare nei documenti nell’archivio di Norcia, cercando i disegni di ciò che era scomparso. Ho scritto come credevo fossero, le ho rimesse a posto, ho ridato loro la storia che gli apparteneva.

Le ho ammirate, le loro cicatrici, le ho onorate, a modo mio. E ogni volta le guardavo e pensavo che nonostante tutto loro erano lì, erano lì, capite? Erano lì, maestose, in piedi dopo tutto quello che secoli di incendi, guerre, conquiste e terremoti gli avevano fatto. Lì, al loro posto, tra le montagne. Vecchie signore di pietra ancora piene di tesori, pronte ad accogliere i fedeli, a mostrargli con orgoglio ferite rimarginate dalla pazienza e dalla laboriosità di un popolo che sa darsi da fare.
Quando studi ogni pietra di un edificio ti viene spontaneo parlare delle «tue chiese». Le mie chiese. Questo erano per me, le mie chiese.

Mi sono laureata in Francia ed è stato ancora più bello raccontare queste chiese a persone che non le avevano mai viste, a scrivere di loro mentre ero cosi lontana. Ne ho sentito la nostalgia e questo me le ha fatte amare ancora di più, me le ha fatte apprezzare ancora di più perché ogni volta che ci tornavo mi sembrava di rivedere una persona cara.

Ho visitato le più belle cattedrali d’europa, di ogni stile, dal gotico al barocco, dal romanico al contemporaneo. Ma ogni volta che vedevo una delle mie signore di pietra passeggiando per Norcia, mi veniva un tuffo al cuore, un’eccitazione, una gioia difficili da descrivere.

Loro per me non avevano più segreti.

I rosoni delle chiese di Norcia, la decorazione, gli affreschi, i pavimenti… ogni cosa era lì e sapevo quando ci era stata messa, perché e in che modo. Ogni cosa era perfetta cosi com’era.

La cattedrale di Norcia Santa Maria Argentea, prima del crollo

L’incubo del terremoto

Il 24 agosto c’é stato un terremoto in piena notte. Io ero a Roma e dormivo nel mio letto. Ma quando la terra trema a Roma vuol dire che altrove, sull’Appennino, é successo qualcosa di più grave.

Quando si seppe che l’epicentro era vicino Norcia mi venne un groppo al cuore: ancora non si diceva che c’erano state vittime e il mio primo pensiero furono loro, le mie chiese.

Poi, quando si capì l’entità della tragedia, mi sentii in colpa di essermi preoccupata di un edificio. Ma in mezzo a tutto lo smarrimento, la paura e il dolore, mi rassicurava il fatto che loro fossero ancora lì, in piedi, come dal XIV secolo, come da prima ancora. Allora, mi dicevo, mi sopravvivranno: altri dopo di me le studieranno tra tanti anni e, chissà, scopriranno altro ancora oppure useranno le mie ricerche, speriamo siano utili.

La terra ha tremato ancora, il 26 ottobre.

L’interno della Basilica di San Benedetto prima del terremoto

Il terremoto del 30 ottobre

La mattina del 30 ottobre, una scossa lunga e prolungata ha raso al suolo in pochi secondi, secoli e secoli di storia.

Le pietre sono crollate come un castello di carte, si sono sgretolate, ridotte ad un cumulo di macerie. San Benedetto é crollata, con il campanile, con le sue finestre murate, con l’abside rifatto, con le sue cicatrici, con gli affreschi di recente ritrovati nella navata, con l’arco trionfale di pietra uguale ad un altro, con il tetto, la cripta, i pavimenti del giubileo del 2000 e le iscrizioni a caratteri gotici del 1388.

In pochi secondi si è spezzata una chiesa, il mio cuore, una leggenda.

Chi non c’é stato non può capirlo: San Benedetto non era bella solo per essere bella, era bella perché era sacra, era bella per l’energia che vi era dentro, era bella per la pace che infondeva la sua pietra bianca, la sua massiccia compostezza, la sua eleganza sobria che stava tutta nei particolari, era bella per le sue cicatrici che portava sui muri, per la sua storia millenaria di casa di santo, per le pietre tombali, per i resti romani. Era bella per questo e mille altri motivi.

Ho pianto.

Ho pianto come si piange quando si perde un amico, qualcuno che si stima e che in qualche modo si ama. Non ci sono vittime, questo é l’importante. Era solo un edificio, un oggetto inanimato, ma mi ha insegnato tanto, sul medioevo, sui secoli e sulla vita.

Tutto è il valore che gli diamo, e per me San Benedetto, come le altre mie chiese, era una veneranda signora di pietra che ho amato e rispettato quasi fosse un’entità vivente.

Il rosone della chiesa di San Francesco a Norcia prima del terremoto

Cosa abbiamo perso con il terremoto

Siamo fortunati in Italia, perché il nostro Paese è meraviglioso. E’ un museo diffuso in tutte le piccole chiese sparse, in tutti i villaggi, anche più piccoli, in tutti i secoli della nostra storia.

Siamo persone creative e vivaci perché abbiamo una terra viva, che sputa fuoco dai vulcani, che resiste alle onde tutto intorno, che vibra, si assesta, si scuote. L’energia che si sente su quei monti dell’Umbria é proprio quella di una terra viva, é quella di montagne che si muovono. Ma quando la montagna si muove l’uomo non può nulla.

Perdere la basilica di San Benedetto e le altre chiese é stato perdere un pezzo di storia, di identità. Speravo di non dover sopravvivere a questo scempio.

San Benedetto a Norcia prima del terremoto

Il dovere di ricostruire

Tutto è il valore che gli diamo. Quello che è successo ad Amatrice, a Visso, a Norcia e in tutte le piccole cittadine del territorio purtroppo è già successo altre volte in passato, è nostro dovere imparare dal passato, affinché non ci siano più vite spezzate e il nostro patrimonio resista ai secoli e venga tramandato ai nostri nipoti come é stato tramandato a noi.

Gli umbri e gli italiani in generale hanno ricostruito le loro case, le loro chiese, le loro mura e le loro vita generazione dopo generazione, terremoto dopo terremoto. Mio nonno vide la sua casa rasa al suolo e la ricostruì, così come aveva fatto il suo bisnonno prima di lui. E cosi dobbiamo fare noi oggi. Ringraziare per aver avuto il privilegio di aver vissuto quella bellezza e creare bellezza di nuovo, da lasciare in eredità ai posteri, come gli architetti del XIV secolo avevano fatto con noi. Panta rei.

Se vuoi approfondire: “Norcia perde il suo passato”

CORDELLA Romano, Norcia guida, éd. Una mostra un restauro, Norcia, 2002

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