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Lavinia Fontana è probabilmente la più  importante pittrice del XVI secolo.

Se si pensa a pittrici nella storia dell’arte viene in mente quasi solo Artemisia Gentileschi. Invece, prima di lei, un’altra donna aveva fatto carriera in questo mondo quasi esclusivamente maschile.

Vi racconto la sua storia e la sua arte in questo post!

Chi è Lavinia Fontana?

Lavinia Fontana nacque a Bologna nel 1552 e crebbe nella bottega del padre Prospero, anch’egli pittore. La giovane venne educata all’arte della pittura e venne a contatto con altri artisti dell’epoca.La sua carriera fu il frutto di scelte ben precise e quasi studiate a tavolino.

Lavinia venne fatta sposare con il mediocre pittore Paolo Zappi, nel 1577 e ,nel contratto di matrimonio, stipulato dal padre e dal suocero, venne inclusa una clausola che permetteva alla figlia di continuare la sua carriera di pittrice. Questo le permise di continuare la sua carriera in un’epoca in cui era molto difficile emergere, soprattutto per una donna pittrice.

Lavinia Fontana era particolarmente apprezzata per i ritratti ricchi di particolari. Iniziò a ricevere importanti commissioni, tra cui le pale d’altare e, seppur non fosse ben vista, venne riconosciuto il suo talento:venne chiamata a Roma nel 1603 alla corte di papa Gregorio XIII che diede una svolta alla sua carriera. Fu persino ammessa all’accademia di San Luca, istituzione storica dei pittori.

A Roma si faceva a gara per essere ritratti dalla “pontificia pittrice”: soprattutto le nobildonne se la contendevano per essere immortalate o per far ritrarre i figli. I suoi quadri vennero commissionati dal re Filippo II di Spagna, da nobili, cardinali e vescovi importanti.

Nel frattempo ebbe 11 figli ed avviò una bottega che gestiva con suo marito (che sostanzialmente le faceva da manager).

Morì nel 1613 e venne sepolta a Santa Maria sopra Minerva, una chiesa che ci parla di donne straordinarie da secoli.

lavinia fontana autoritratto
Autoritratto alla spinetta

Lavinia Fontana artista quasi sconosciuta

Lavinia Fontana è stata una prolifica pittrice. Nella sua vita dipinse soprattutto scene bibliche e ritratti, in particolare modo femminili. Inventò nuovi modi di rappresentare i bambini, raccontandoci pagine della loro vita privata, di un’infanzia di giochi con cani e gatti, che di solito la pittura non tratta.

C’è anche un dettaglio abbastanza raccapricciante: Lavinia Fontana dipinse vari ritratti di bambini morti. La cosa però non deve stupirci perché all’epoca era raro che venissero fatti ritratti dei bambini perché poi sarebbero cresciuti e cambiati. Quando però si moriva prematuramente, per conservare il ricordo del piccolo defunto, talvolta si commissionava un ritratto.  E’ il caso della piccola Antonia Ghini, morta di vaiolo.

Uno dei suoi dipinti più famosi però rappresenta una donna ed è di grande formato. Si trova presso i depositi della Galleria Borghese e rappresenta Minerva nell’atto di abbigliarsi. Minerva è rappresentata molto raramente nuda, ma la scelta di questo tema non è casuale perché forse si trattava di un tributo all’intelligenza della donna raffigurata.

lavinia fontana minerva nuda
Cosa c’entra la favola della Bella e la Bestia con Lavinia Fontana?

Può sembrare strano ma Lavinia Fontana è indirettamente legata alla favola della Bella e la Bestia.

Alla corte del re di Francia Enrico II era stato portato un ragazzo con il volto ricoperto di peli. All’epoca non si conosceva l’ipertricosi ed una persona che nasceva con questa rara malattia diventava un’attrazione e motivo di stupore. Il giovane fu fatto studiare dal re anche se veniva considerato un selvaggio. Gli fu poi data una moglie da cui nacquero molti figli, alcuni con la stessa malattia genetica del padre, altri senza.

Alcuni ritengono che alla storia di Pietro Gonzales, il selvaggio peloso, sia da ricondurre l’origine della fiaba della Bella e la Bestia, che si diffuse in varie versioni tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600.

La famiglia si trasferì successivamente a Parma e una delle figlie, Antonietta, fu donata alla marchesa Pallavicini. Uno dei ritratti della piccola, eseguiti a Bologna, viene attribuito proprio a Lavinia Fontana!

antonietta gonsalvus lavinia fontanaStorie di pittrici dimenticate

La cosa più sconvolgente della storia di Lavinia Fontana è che la sua arte si conosce molto poco, così come quella di altre pittrici. donne: Sofonisba Anguissola, Artemisia Gentileschi, Elisabetta Sirani, Judith Leyster, Angelica Kauffmann e molte altre non sono presenti nei libri di storia dell’arte.

Recentemente l’attenzione si è spostata su Artemisia Gentileschi ma temo più per il terribile processo e l’aggressione che subì che per un vero e proprio riconoscimento della sua arte. E’ stata chiamata la prima pittrice donna ma non fu assolutamente la prima: molte altre avevano avevano già avuto una carriera come pittrici.

Oggi è nostro dovere riconoscere il coraggio e la passione di donne che, come Lavinia Fontana, hanno sfidato il proprio tempo e si sono dedicate a ciò che amavano e che le rendeva felici.

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Bianca degli Utili Maselli e i suoi figli

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Su Leonardo Da Vinci sono stati versati fiumi di inchiostro e scritti un milione di libri. E’ uno dei personaggi più famosi del mondo e uno degli artisti più importanti della storia.

I film ispirati a Leonardo da Vinci sono tantissimi così come i romanzi; tuttavia ci sono alcuni luoghi comuni che spesso sono fuorvianti.

In questo post rispondo alle 5 domande più frequenti su Leonardo da Vinci!

Leggi anche:10 opere di Michelangelo che non puoi non conoscere!

Perché la Gioconda è al Louvre di Parigi?

Questa domanda mi viene fatta molto spesso, ma soprattutto mi chiedono: Napoleone ha davvero rubato la gioconda?

In realtà la Gioconda si trova in Francia perché fu portata dallo stesso Leonardo Da Vinci alla corte francese di Francesco I, dove rimase alla sua morte.

Già nel 1625 è attestata tra le opere dei re francesi e fu spostata al Louvre dopo la Rivoluzione francese.

I realtà la Gioconda venne davvero rubata, ma da un italiano nel 1911. La sua idea era di riportare la Gioconda in Italia e quindi la tenne nascosta per due anni rischiando di danneggiarla seriamente.

Una volta recuperata dalle autorità, il quadro più famoso del mondo venne riportato al suo posto al Louvre.

Ti interessa approfondire? Ecco qualche link interessante: Tutti i dipinti e i disegni di Leonardo Da Vinci

Leonardo e Michelangelo erano amici?

Leonardo Da Vinci e Michelangelo Buonarroti avevano più di 20 anni di differenza. Siamo certi che i due lavorarono assieme al Palazzo Vecchio di Firenze per le scene di battaglia di Anghiari e di Cascina, commissionate ai due maestri negli stessi anni.

Di queste composizioni oggi non ci restano che copie degli incredibili disegni preparatori.

Si racconta della gelosia tra i due, soprattutto da parte del giovane Michelangelo. Il manoscritto, detto Anonimo Gaddiano, riporta un battibecco tra i due in cui Michelangelo avrebbe preso in giro Leonardo per non essere riuscito a completare il mastodontico monumento equestre a Francesco Sforza.

Dichiaralo pur tu che facesti uno disegno di uno cavallo per gittarlo in bronzo e non lo potesti gittare et per vergogna lo lasciasti stare“.

Ciò che è senz’altro vero è che i due impararono l’uno dall’altro e si influenzarono a vicenda.

leonardo da vinci battaglia-Anghiari

Nel Cenacolo di Leonardo è rappresentata la Maddalena, come è scritto ne “Il codice Da Vinci?”

Tutti i lettori di Dan Brown si saranno chiesti se sia vero che nel Cenacolo di Leonardo è rappresentata la Maddalena.

Come tutti i romanzi, anche questo presenta delle parti completamente inventate. Per quanto sia suggestivo pensare che ci siano dei significati esoterici nelle opere di Leonardo, non c’è alcun fondamento documentario, prova scientifica o analisi di esperti che dimostri alcuna delle teorie scritte nel romanzo.

Se ti sembra che tra i dodici apostoli del Cenacolo di Leonardo Da Vinci si nasconda una donna, è solo perché l’affresco è stato ritoccato e modificato così tante volte nei secoli, che alcuni personaggi hanno perso quasi completamente le fattezze originali.

Certamente l’immagine di Leonardo come genio, le sue strane abitudini e la sua personalità hanno contribuito a creare un alone di mistero attorno alla sua figura. Bisogna comunque distinguere ciò che è reale o plausibile da ciò che è inventato!

Leonardo era bello, scriveva al contrario e si vestiva in modo “strano”

Su Leonardo è stato detto di tutto.

Alcuni elementi della sua personalità sono molto interessanti, come ad esempio il fatto che fosse mancino e che fosse abituato a scrivere da destra verso sinistra e non viceversa. Inoltre scriveva le parole al contrario, cioè anzi che scrivere CIAO scriveva OAIC secondo il modello di scrittura speculare, facilmente decifrabile allo specchio.

Le fonti dell’epoca ci descrivono questo genio come un uomo di bell’aspetto, alto (circa 1,73, che all’epoca era un’altezza discreta) e gentile.

In vecchiaia Leonardo si vestiva ancora come un giovanotto, con abiti corti e colorati, portava barba e capelli lunghi, il che era molto insolito.

Leonardo Da Vinci doveva sembrare una persona eccentrica ai suoi contemporanei, per questo non ci stupisce che accanto a grande ammirazione, abbia ricevuto delle calunnie.

E’ vero che Leonardo Da Vinci era omosessuale?

Tra le varie cose che si dicono sull’artista ve ne sono anche di molto private, che riguarderebbero la sua sessualità. Mentre per Michelangelo è risaputo che fosse omosessuale e che intrattenesse rapporti intimi con altri uomini (lo si desume dai suoi stessi scritti), per Leonardo la situazione è diversa.

Leonardo da Vinci fu accusato di sodomia (che all’epoca era un reato) ma l’accusa decadde poiché anonima. Non restano scritti di suo pugno che parlino della sua relazione con qualcuno, né donna né uomo.

Alcuni vedono persino nei suoi ritratti femminili dei volti maschili dissimulati, nei suoi profondi rapporti con i discepoli delle relazioni, in particolare Gian Giacomo Caprotti, detto Salaì, ma non ve ne sono prove documentarie.

L’omosessualità all’epoca di Leonardo era ufficialmente reato, ma veniva tollerata tanto da essere largamente diffusa, soprattutto a Firenze. Non avrebbe niente di sconvolgente dunque se anche il nostro artista avesse avuto rapporti con altri uomini.

Alcuni sostengono che i suoi approfonditi studi sul corpo maschile sarebbero un indizio a favore della sua omosessualità. Tuttavia sappiamo che Leonardo fu un attentissimo osservatore della natura e che disegnò senza sosta donne, uomini, piante ed animali.

Quindi la risposta a questa domanda è che non sappiamo niente di certo sulle inclinazioni private di Leonardo e, personalmente, non vedo la necessità di approfondire questo aspetto della sua vita.

Le innovazioni di Leonardo e la sua arte

L’influsso di Leonardo è stato fondamentale per tutta l’arte cinquecentesca e non solo, il famoso “sfumato” leonardesco, influenzò moltissimi artisti che vennero dopo di lui.

Allo stesso modo, la sua sperimentazione tecnica ed i suoi approfonditi studi anatomici, spostarono l’attenzione su nuovi elementi sia in campo artistico che scientifico.

La mente geniale di Leonardo Da Vinci è ancora oggi in grado di stupirci e lasciarci a bocca aperta.

Chi era veramente Leonardo Da Vinci?

Sei curioso di scoprire qualcosa in più sulla vita di Leonardo da Vinci? Ecco un breve riassunto della vita di questo incredibile artista..

Leonardo fu artista, ingegnere e uomo di scienza. Nacque presso la cittadina di Vinci, precisamente ad Anchiano, il 15 aprile 1452, figlio illegittimo di un notaio di provincia.

Si formò alla bottega del Verrocchio, importante artista, assieme ad altri grandi pittori come Botticelli, Perugino e Ghirlandaio. La loro generazione incarna i principi del Rinascimento, di cui Leonardo è l’esponente più famoso e importante a livello mondiale.

Leonardo Da Vinci lavorò con Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico e risentì delle idee neoplatoniche della sua cerchia.

Dal 1482 al 1500 fu a Milano, inviato forse nel ruolo di “ambasciatore”, alla corte di Ludovico il Moro.

Negli anni successivi, viaggiò molto in tutta la penisola al servizio di importanti personaggi: fu a Roma, a Mantova, a Venezia, a Firenze, di nuovo a Milano e in molti altri centri.

Nel 1517 partì per la Francia, dove entrò a servizio del re Francesco I per il quale realizzò alcuni importanti progetti architettonici.

E dopo tutto questo girovagare, dove morì Leonardo da Vinci? Ad Amoboise nel 1519.

Fu uno sperimentatore continuo e un grande scienziato: le sue intuizioni erano per l’epoca incredibili e fu uno stupefacente anticipatore dei suoi tempi.

Vuoi saperne di più su Leonardo? Continua a leggere per scopri le mie risposte alle 5 domande più frequenti!

Arnolfo di Cambio è tra gli artisti più importanti del medioevo. E’ stato uno dei più grandi innovatori di questo periodo storico anche se la sua figura non viene valorizzata quanto altri artisti.

Della vita di Arnolfo di Cambio, come di quella della maggior parte degli artisti medievali sappiamo ben poco. Quello che è certo è che fu un innovatore a tal punto da poter essere considerato il precursore della figura dell’artista rinascimentale poiché fu scultore, urbanista e architetto.

Alcuni storici dell’arte gli attribuiscono anche alcune opere di pittura, in particolare le storie di Isacco nella basilica di Assisi.

Arnolfo di Cambio ha realizzato fontane, cibori, pulpiti, chiese, monumenti funebri e statue.

Ma la particolarità della sua arte risiede soprattutto in un aspetto ben preciso… continua a leggere per sapere quale!

Chi era Arnolfo di Cambio?

Arnolfo di Cambio nacque probabilmente tra il 1232 e il 1240 nella provincia di Siena. Figlio di un notaio, fece il suo apprendistato con Nicola Pisano. Il suo maestro fu un altro grande innovatore: il giovane Arnolfo poté quindi imparare da uno dei più grandi artisti del tempo. Arnolfo di Cambio ha lavorato con Nicola Pisano sino al 1270, anno in cui entrò al servizio di Carlo I d’Angiò.

Realizzò per Carlo I d’Angiò un importantissimo ritratto, oggi ai musei Capitolini, il primo ritratto scolpito dalla fine dell’arte classica.

Lavorò poi a Perugia, alla fontana minore, e ad Orvieto allo splendido monumento del Cardinale De Braye. Anche quest’ultimo monumento ritrae le fattezze del defunto cardinale, introducendo una novità assoluta nell’arte per quel tempo: durante il Medioevo si era perso l’uso di fare i ritratti.

Le sue figure hanno un volume, una gestualità ed un’espressività molto forti che costituiscono un’innovazione tale da poter essere paragonata alla rivoluzione che Giotto fece in pittura.

Arnolfo di Cambio realizzò inoltre i baldacchini romani per San Paolo fuori le Mura e Santa Cecilia in Trastevere. Sue sono anche le statue di uno dei primi presepi della cristianità, oggi conservati a Santa Maria Maggiore.

Si occupò poi della veneratissima statua bronzea di San Pietro al Vaticano, del monumento di papa Bonifacio VIII, della costruzione di Santa Croce e della decorazione del duomo di Firenze.

Fu in questa città che morì, nei primi anni del ‘300.

L’ispirazione di Arnolfo di Cambio

Arnolfo si ispirò a diversi modelli.

Prima di tutto all’antichità classica che all’epoca iniziava a suscitare un certo interesse. In alcune sue opere sono poi integrati parti di mosaico su modello delle composizioni cosmatesche, tipiche del panorama artistico romano. L’influsso più evidente fu, come ovvio, quello dell’arte di Nicola Pisano, suo maestro e grande protagonista della scultura del XIII secolo.

Ma l’arte di Arnolfo di Cambio risente anche del gotico internazionale e delle nuove tendenze che provenivano dalla Francia, soprattutto in campo architettonico. Dobbiamo dunque immaginare un artista aggiornato, che riusciva a coniugare diversi stili e tipi di arte creando un linguaggio unico ed innovativo.

Allora perché Arnolfo di Cambio non è “famoso”?

Tutti conoscono Giotto e la rivoluzione che fece in pittura ma in pochi conoscono Arnolfo e le grandi innovazioni che portò in scultura.

La ragione principale della relativa fama che ha raggiunto ai nostri giorni, nonostante il suo genio, è dovuta al fatto che molte delle sue opere sono scomparse.

La facciata di Santa Maria del Fiore a Firenze fu completamente modificata, il sepolcro di Bonifacio VIII spostato e stravolto, la fontana di Perugia ci è pervenuta solo in alcune parti, scomposta. Anche la tomba del Cardinale De Braye è priva di alcuni fondamentali elementi, cosi come il presepe di Santa Maria Maggiore.

Quasi tutti i suoi interventi furono nei secoli cambiati, perdendo gran parte del loro originario fascino.

Tuttavia Arnolfo di Cambio resta uno dei più grandi artisti del medioevo e uno dei padri del Rinascimento italiano.

Commenti su Arnolfo di Cambio?

Cosa ne pensi di questo incredibile artista? Io lo trovo incredibile, e tu?

Anche se non sai chi è Escher sicuramente hai visto qualcuna delle sue opere riprodotta su una maglietta, un poster o un quaderno.

Se l’hai osservato bene, ne sei rimasto probabilmente affascinato. Ti spiego qui chi era questo artista e la sua arte sorprendente in questo post!

Escher, un olandese innamorato dell’Italia

Maurits Cornelis Escher nacque nel 1898 a Leeuwarden, nei Paesi Bassi, in una famiglia benestante. Sin dalla scuola elementare dimostro’ molto talento nel disegno, mentre nelle altre materie era un disastro. Fu bocciato due volte alla scuola primaria e persino nei primi concorsi artistici, in quanto il suo modo di disegnare risultava poco in linea con gli standard dell’epoca.

Nel 1922 visitò per la prima volta l’Italia, insieme ad alcuni amici e da allora se ne innamorò. Si stabilì in Toscana e poi in costiera amalfitana. Fu proprio a Ravello che conobbe il grande amore della sua vita, Jetta Umiker, con cui si sposò nel 1924. Si trasferì allora a Roma dove lavorò come grafico e incisore.

Continuò a viaggiare la penisola, spinto dal suo amore per il mare e per i paesaggi italiani. Decise tuttavia di lasciare il paese quando nel 1935, suo figlio George tornò a casa con la divisa da piccolo Balilla. Erano infatti gli anni del fascismo ed Escher decise di andare via per impedire che i suoi figli fossero indottrinati.

Era stato anche portato in caserma dai carabinieri ed accusato di aver preso parte ad un fallito attentatoalla vita di re Vittorio Emanuele III. Durante un viaggio in Abruzzo una donna si era infatti insospettita e lo aveva denunciato solo perché non aveva partecipato alla processione del paese.

Escher in giro per l’Europa

L’artista iniziò quindi a viaggiare per l’Europa, sostenendo le spese economiche dei viaggi in cambio di stampe e disegni. Continuò esplorare Spagna, Svizzera e Belgio senza trovare pace, finché, con la seconda guerra mondiale, non tornò nei Paesi Bassi per essere vicino alla sua famiglia.

La sua arte fu profondamente influenzata dai suoi viaggi, infatti produsse una grandissima quantità di paesaggi. Le sue strutture geometriche in particolare furono ispirate dai motivi arabeggianti visti nell’Italia meridionale e nella Spagna del sud.

L’arte di Escher: infinito e impossibile

L’arte di Escher divenne famosa per le sue geometrie impossibili. Per la maggior parte delle sue opere utilizzò la tecnica dell’incisione, un metodo molto antico che era già stato superato da tempo. Si ispirò Piranesi, e ad altri incisori del passato, ma anche ad artisti come Van Eyck o Parmigianino nell’uso degli specchi convessi.

Le figure che rappresenta hanno sempre molteplici chiavi di lettura: spesso sono addirittura paradossali. C’è una mano che si disegna da sola, lucertole che escono ed entrano in un disegno, anatre bianche e nere che si fondono insieme. Le sue composizioni, scale, architetture, geometrie, sono ritratte contemporaneamente da diversi punti di vista. Il risultato è spesso un ciclo infinito, un circolo che si autoconclude ricominciando, una sorta di specchio che riflette lo specchio in una scala potenzialmente senza fine.

Escher e la matematica

Una volta Escher disse “Mi sento spesso più vicino ai matematici che ai miei colleghi artisti“.

Proprio la sua capacità di riportare concetti astratti e paradossali nella sua arte a renderlo un‘ispirazione per i matematici.

Ad esempio l’opera  “ascesa e discesa” in cui uomini percorrono una scala “impossibile” in un moto eterno, fu ideata sulla base del “triangolo impossibile” dei Penrose, i quali a loro volta si erano ispirati alla sua “casa di scale“!

Per questo Escher è tuttora uno degli artisti più amati e stimati dal mondo scientifico e matematico.

Escher e gli hippie

Persona tranquilla e timida, Escher divenne uno dei simboli della cultura hippie. Infatti le sue immagini psichedeliche, furono scelte come copertina per l’album dei Pink Floyd On the run, a cui concesse l’uso di una sua litografia.

Anche i Mick Jagger gli chiede di disegnare la copertina per il suo disco Let it bleed, ma l’artista si rifiutò.

La solitudine di Escher

Nonostante la fama raggiunta, Escher rimase sempre isolato. Gli altri artisti lo vedevano più come un grafico che come un genio. I matematici stimavano le sue opere ma rimaneva pur sempre al di fuori del mondo scientifico.

Se l’unicità dell’arte di Escher lo condannò da una parte alla solitudine, la sua ricerca lo rese un anticipatore di teorie matematiche che vennero scoperte solo anni dopo.

L’artista mori, solo, in una casa di riposo, nel 1972. Le sue opere sono tuttora tra le più riprodotte al mondo.

Commenti su Escher

Conoscevi già questo artista? Qual è la tua opera preferita?

El Greco ha uno lo stile inconfondibile di un artista geniale, tra rinascimento e manierismo, tra Italia e Spagna. 5 opere per scoprirlo ed imparare a conoscerlo!

Chi era El Greco? Cosa faceva? Te lo racconto qui!

El Greco si chiamava in realtà Domínikos Theotokópoulos. Come si evince dal nome, questo artista nacque in Grecia, a Creta nel 1541 e già all’età di 22 anni aprì la propria bottega sull’isola. La sua arte subì la svolta quando si trasferì a Venezia nel 1567, dove vide e conobbe l’arte di Bassano, Veronese, Tintoretto ma soprattutto di Tiziano. Bisogna ricordare che Creta all’epoca era sotto il dominio di Venezia, dunque il trasferimento fu dettato soprattutto dalla voglia di farsi conoscere e spostarsi in una grande città, centro di cultura e di arte.

Nel 1570 si trasferì a Roma dove il suo mecenate Alessandro Farnese gli commissionò varie opere. Fu presso di lui che conobbe uno stimolante gruppo di intellettuali spagnoli, che lo convinceranno a spostarsi a Toledo. Negli anni romani El Greco aprì una bottega ma non riscosse il successo che meritava. Famoso il suo aneddoto su Michelangelo: pare che contemplando gli affreschi della cappella Sistina abbia detto che Buonarroti “era un grand’uomo, ma non sapeva dipingere”. Dopo di ciò si era offerto di affrescare di nuovo la parete del giudizio universale. Per fortuna non gli fu accordato di ricoprire l’opera di Michelangelo!

Poiché non riusciva a far decollare la sua carriera, El Greco si spostò in Spagna dove richiese la protezione del re Filippo II senza successo. Fu li che arrivarono le prime importanti commissioni e che l’artista trovò l’amore della sua vita, donna Jeronima de las Cuevas. Pare che non divennero mai moglie e marito, ma che ebbero un figlio. Suo è il volto della maggior parte delle Madonne che El Greco rappresentò.

Fu a Toledo che trovò il successo e la fortuna, al punto da possedere ben tre appartamenti in età matura. Qui morì nel 1614.

L’arte di El Greco: forme allungate, astigmatismo e colori forti

L’arte di El Greco fu influenzata da fattori molto diversi. Formatosi in ambiente bizantino, dove si dipingevano ancora ieratiche icone, si perfezionò osservando le opere dei maestri del colore veneti. Malgrado le sue critiche, durante il soggiorno a Roma, la sua arte venne indelebilmente condizionata dalBuonarroti. I suoi dipinti subirono dunque influenze diversissime, che lui rielaborò in maniera del tutto originale.

I personaggi di El Greco sono pallidi, olivastri, hanno forme allungate e vestono colori fortissimi, quasi fastidiosi: il verde acido, rosso sangue, nero, giallo, viola. Le sue opere risultano spesso cupe, pervase da una luce strana, come se ci trovassimo nel pieno di una tempesta, con il cielo plumbeo.

Il ritmo che dà alle sue figure lo rende un pittore manierista ma la sua originalità lo rende anche anticipatore delle ricerche più recenti sul colore. Fu proprio l’uso del colore, che dichiarò essere più importante del disegno, a caratterizzarlo e a decretare il suo successo (ma gli attirò anche molte critiche).

Quanto ai suoi personaggi allungati, c’è persino chi ha teorizzato che El Greco avesse problemi di vista e che dipingesse così per questa ragione. Ovviamente non potremo mai saperlo con certezza.

5 opere per capire l’arte di El Greco

Di seguito, alcune delle opere più famose di El Greco che aiutano a capire la sua arte e la sua personalità.

Se sei curioso di sapere quali sono e quali problemi hanno causato all’artista, non ti resta che continuare a leggere!

La visione di San Giovanni di El Greco: apocalissi e cubismo.

Dipinto tra il 1608 e il 1614, faceva parte di una pala d’altare per l’omonimo ospedale di Toledo. Quest’opera mostra l’apertura del quinto sigillo dell’apocalisse che recita: “Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi, per la parola di Dio e per la testimonianza che gli avevano resa o che avevano preservata o tenuta. Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sopra la terra?» E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

Quest’opera influenzò ed ispirò Pablo Picasso nella realizzazione di una delle sue opere più famose e la prima cubista: les demoiselles d’Avignon. Guardate il gruppo di anime sullo sfondo: notate la somiglianza?

Maddalena penitente di El Greco, guarda le mani…

Una delle prime opere che l’artista realizzo’ in Spagna è la Maddalena penitente 1576/78, oggi a Budapest al museo delle belle arti.

Questa tela testimonia ancora l’influsso di Tiziano, basta guardare il vaso in basso a sinistra e il modo in cui viene reso il riflesso del vetro. Quest’opera pero’ contiene già lo stile tipico di El Greco. La figura è allungata, i toni plumbei del cielo delle vesti e del paesaggio rendono la tensione emotiva e l’idea del pentimento e del tormento dell’anima palpabile.

Il tema del pentimento era molto caro alla Controriforma, e la Maddalena lo rappresentava perfettamente. Il vaso e le stoffe preziose, di cui si sta spogliando, sono gli elementi mondani da cui la spiritualità della peccatrice si sta allontanando. Il teschio è immagine della caducità della vita: il forte contrasto tra una giovane donna ed il cranio di un morto, rende il messaggio molto chiaramente. La cosa più bella di quest’opera a mio parere sono le mani: sono loro ad indicare i due elementi fondamentali. Il teschio ed il libro con le sacre scritture ed il petto, dove il cuore pentito guarda finalmente alla luce divina.

Il fiasco del Martirio di San Maurizio e l’Inquisizione

Datato tra il 1580 e il 1582, era stato commissionato a El Greco dal re di Spagna Filippo II in persona.

La storia del martire è divisa in tre parti: in primo piano vi è il generale romano Maurizio, che decide di affrontare il martirio insieme ai suoi soldati, tutti cristiani. Dietro, come se fosse un corteo, è rappresentato il suo supplizio, su ordine dell’imperatore Diocleziano. L’agiografia racconta che lui ed i suoi soldati furono decimati cioè ne fu ucciso uno su dieci. La storia si conclude con la glorificazione del santo martire, con la luce che scende dal gruppo degli angeli. Le palme che tengono in mano sono simbolo del martirio.

Quando l’opera fu presentata al re, non gli piacque per niente. Fu infatti presto rimpiazzata da un’altra tela. Non solo! El Greco fu convocato dall’Inquisizione per aver dipinto angeli troppo lascivi, con ali troppo grandi e sfarzose. L’arguto pittore rispose che li aveva dipinti con grandi ali proprio per coprire le loro nudità e perché potessero volare in cielo più velocemente. Per fortuna fu lasciato libero!

La sepoltura del conte Orgaz di El Greco e una riunione di famiglia

L’opera più celebre di El Greco è proprio la sepoltura del conte di Orgaz, realizzata nel 1586 a Toledo. La composizione è divisa in due parti perfettamente simmetriche e la parte divisoria è caratterizzata dal corteo di teste. La parte terrena, è dove il conte viene interrato, quindi la sepoltura del suo corpo materiale. Vi è nella parte superiore una zona celeste, in cui troviamo Gesù, la Vergine Maria e i Santi che accolgono l’anima del buon conte.

Queste due sfere sono significativamente divise dalle teste, che rappresentano la parte intellettiva e quindi più spirituale del nostro corpo terreno. La teatralità della scena e la profusioni di splendidi dettagli lasciano senza fiato. Ma c’è dell’altro! In questa tela infatti El Greco ha nascosto alcuni personaggi contemporanei. Filippo II, il sovrano della Spagna, è rappresentato come anima beata, mentre fluttua sulla destra. Tra l’altro all’epoca del dipinto, il re era ancora in vita! Probabilmente anche altri personaggi sono nascosti nella tela…

Di certo nel corteo funebre troviamo un autoritratto dell’artista e di suo figlio. L’uomo che ci dà le spalle e solleva la testa al cielo sarebbe infatti lui stesso, mentre il ragazzo che indica il conte morto, sarebbe suo figlio. Una bella riunione di famiglia!

Adorazione dei Magi di El Greco: Madonna a sorpresa

A quest’opera, El Greco lavorò fino alla fine della sua vita, tra il 1612 e il 1614. Le linee sono ormai indefinite, le figure turbinanti attorno al punto focale, il più luminoso, il Bambino Gesù. Il ritmo di quest’opera e l‘estasi dei volti degli astanti rendono la scena come un vortice. La luce sembra provenire proprio dal piccolo, di cui si celebra la miracolosa nascita.

Un particolare delle Madonne di El Greco è che si somigliano tutte: il modello è la donna che amò ma che non sposò mai, Jeronima de las Cuevas. Pensa che scandalo vedere il volto di una donna non sposata, peccatrice, rappresentato come Madonna nella Spagna di quel periodo!

Cosa ne pensi di questo pittore? Ti piacciono le sue opere? Fammelo sapere nei commenti!

Sulla vita di Georges Seurat da dire c’è poco, perché fu davvero breve. Questo artista nacque a Parigi alla fine del 1859 da una famiglia agiata. Si iscrisse all’accademia di belle arti nel 1878 dove frequentò le lezioni Henri Lehmann ed iniziò ad interessarsi ai problemi del cromatismo e della luce. Da lì partì la sua ricerca straordinaria che lo portò ad essere il fondatore di una nuova corrente artistica.

Una delle sue modelle, Madeleine Knobloch, fu anche sua amante e diede alla luce un figlio nel 1891. Seurat morì a soli 31 anni, a causa di un’infezione, probabilmente difterite. La malattia lo colpì nel marzo del 1891 e lo portò via in pochissimo tempo. Solo qualche giorno più tardi, anche suo figlio scomparve a causa della stessa malattia.

Seurat è il maestro del puntinismo per eccellenza. Ma perché dipingere a “puntini”? Cosa si cela dietro questa scelta?

Te lo spiego qui sotto.

 

Georges Seurat e il puntinismo

L’interesse di Georges Seurat per i colori nacque probabilmente dalla lettura di un testo del chimico Michel Eugène Chevreul che aveva scritto un saggio intitolato Legge del contrasto simultaneo dei colori. La ricerca dell’artista si basò sul modo di rappresentare i colori “puri” cioè non mescolati, in tutta la loro luminosità creando però gradazioni di colore. Grazie alla tecnica del puntinismo i colori vengono messi puri sulla tela e mescolati dall’occhio umano.

Ad una certa distanza dal quadro, le forme ed i colori appaiono come macchie di colore e solo avvicinandosi ci si rende conto che in realtà il quadro è costituito da migliaia di “puntini”. E’ come se fossero le tessere di un mosaico o i pixel di una foto che abbiamo ingrandito molto.

Il risultato che ottenne fu di avere colori vibranti e luminosi semplicemente accostando diverse tinte pure.

Per ottenere il verde ad esempio, Seurat non mescolava blu e giallo ma alternava puntini blu a puntini gialli. A distanza, l’occhio crea automaticamente il verde perché sovrappone da solo le due tinte. Questo è un modo semplicistico e sbrigativo di spiegare una tecnica molto più complessa che comprende lo studio approfondito del colore e della luce cioè il cromo-luminarismo (se vuoi saperne di più puoi consultare questo articolo).

L’approccio scientifico alla pittura e lo studio della luce portò alla denominazione di questa nuova corrente artistica di neoimpressionismo. Seurat tuttavia chiamò la sua tecnica divisionismo poiché i suoi colori erano “divisi” e il quadro stesso era composto da pennellate più piccole.

L’innovazione di Seurat

Georges Seurat fu ispirato senz’altro dagli impressionisti ma il suo interesse era più di carattere scientifico. Tra le sue opere più famose ricordiamo i bagnanti di Asnières, una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte e Il circo, tutte realizzate con la tecnica divisionista o puntinista.

Se si guardano i particolari si percepisce lo sguardo analitico e anche ironico di Seurat. Dalla scimmietta che la signora della Grande-Jatte tiene al guinzaglio alla signora che pesca, dai bagnanti stesi sull’erba vicino alla Senna, in ogni sua opera questo artista Seurat ritrae una società borghese cristallizzata, dove i personaggi non interagiscono e sono immobili, distaccati.

Anche nella sua ultima opera troviamo questo elemento seppure mascherato.

La tela è rimasta incompleta alla sua morte e si intitola il circo. Quest’opera presenta un grande dinamismo e fa sfoggio di allegria. Tuttavia, se si osserva il pubblico, nessuno sorride o è impressionato. Molti hanno interpretato l’immobilità dei personaggi di Seurat come una trasposizione artistica dell’immobilità sociale della belle époque, in cui tutto era calmo, piacevole e divertente (come fare un bagno o stendersi sul prato la domenica) ma in realtà vi erano già forti tensioni sociali e politiche che sarebbero sfociate, pochi decenni dopo, nel primo conflitto mondiale.

Georges Seurat, un impressionista atipico

Molti impressionisti dipingevano con colori puri, accostando pennellate dense e corpose. Tuttavia Seurat si differenzia dagli altri impressionisti per il lungo studio sulle sue opere, fatto di bozzetti, schizzi e disegni.

Gli impressionisti erano famosi per la loro capacità di lavorare all’aria aperta (en plein air) mentre Seurat operava nel suo studio. Per questo il suo stile è stato definito neoimpressionismo e non entrò mai nella cerchia degli impressionisti, pur esponendo con loro nei vari salon des refusés.

Seurat una volta dichiarò

Alcuni dicono che vedono la poesia nei miei quadri. Io vi vedo solo la scienza“.

Io la poesia nei suoi quadri la vedo, e tu?

I pittori che ho studiato per la mia tesi e che conoscono in pochi: gli Angelucci da Mevale e le loro opere “maledette”.

Perché gli Angelucci da Mevale?

All’inizio mi sono messa a studiare gli Angelucci da Mevale perché furono loro ad affrescare la chiesa che più amo al mondo e di cui conto di parlarvi presto. Poi però mi sono resa conto che queste figure “minori” nella storia dell’arte, sono davvero molto interessanti. In mezzo a grandi artisti su cui si sono versati fiumi di inchiostro, mi fa piacere presentarvi anche questi pittori e intagliatori umbri del XVI secolo.

La storia dell’arte non è fatta solo di geni, ma anche di artisti che, con pazienza e costanza, hanno tramandato e personalizzato la tecnica dei grandi maestri e che hanno contribuito a diffondere le nuove tendenze. Quindi oggi vi racconto la storia assurda degli Angelucci da Mevale e delle loro opere sfortunatissime.

Ma chi erano gli Angelucci da Mevale?

Gli Angelucci da Mevale furono una famiglia di pittori attivi in Umbria meridionale e nelle Marche nel XVI secolo. Detto cosìsembra abbastanza noioso, in realtà hanno creato opere bellissime. Sono tre diversi artisti, ma spesso hanno lavorato insieme: il padre Gaspare, il figlio maggiore Camillo e quello minore Fabio.

Venivano, come dice il nome, da Mevale, un piccolo paesino delle Marche. Hanno passato la loro vita a dipingere affreschi e ad intagliare pale d’altare dai colori sgargianti e dalle forme morbide e sono stati artisti molto produttivi. Ciononostante, abbiamo conservato pochissime delle loro opere. Almeno dopo il 2016.

Gaspare Angelucci da Mevale

Padre degli altri due, Gaspare ricevette l’educazione come pittore a Roma. Fu li che ammirò i capolavori di Perugino, Pinturicchio, Raffaello e Michelangelo. Fu allievo dello Spagna e lo studioso Pietro Pirri non esclude che fosse tra gli aiuti di Raffaello. La sua formazione fu sicuramente condizionata dal suo influsso, tanto che Gaspare fu il primo a portare le novità di Roma tra le montagne dell’appenino umbro/marchigiano.

Oltre ad essere pittore fu anche intagliatore: dai contratti si evince chiaramente che le sue pale d’altare sono decorate da lui anche nelle cornici. Inoltre nella tavola detta della “pace casciana” firma GASPAR AGNELVTIVS DE MEVALE TERRA NVRSIAE VNA CVM CAMILLO EJUS FILIO DEI GRATIA PR(aese)NS OPVS FECIT ET PINSIT A.D. 1547 quindi fece e dipinse, a sottolineare il suo impegno anche come intagliatore. La sua arte è caratterizzata, come lo sarà quella dei figli, da figure massicce, rubiconde, dotate di colori molto vivaci e sempre inquadrate in prospettive simmetriche e ricche di particolari. Il tema classico è molto presente nelle architetture che rappresenta e spesso anche nelle decorazioni.

Una delle sue più belle tavole era completa di ciborio, realizzata per la Collegiata di Visso.  Era conservata assieme ad un’altra tavola con la Vergine con Bambino, presso il museo diocesano di Sant’Agostino a Visso, ma ora è stata spostata a causa del sisma. Gaspare lavorò molto con il figlio maggiore, che viene citato assieme a lui come autore delle opere. In realtà credo la figura più interessante delle tre sia proprio Camillo.

Camillo Angelucci da Mevale

Di Camillo non sappiamo quasi niente, se non che imparò il mestiere dal padre, con cui lavoro’ sin dalla fanciullezza. Poiché le sue opere sono spesso datate, possiamo dire che fu attivo tra il 1540 e il 1584. Sue sono moltissimi dipinti, alcuni anche non autografati, sparsi tra le varie chiese di montagna.

Essendo anche intagliatori, gli Angelucci probabilmente produssero numerosi cibori ed ornamenti per le chiese, oltre agli affreschi e alle pale d’altare. Sappiamo che Camillo Angelucci lavorò a Mevale, a Cerreto di Spoleto, a Cascia, Norcia, a San Pellegrino, a Visso e in molti altri centri. Lo troviamo affiancato dal fratello nella decorazione, effettuata a più riprese ed in anni diversi, in vari paesi, tutti tra la Val Nerina e la zona di Visso.

Ma anche l’ultimo esponente della famiglia degli Angelucci non fu da meno.

Fabio Angelucci da Mevale

Fu il più prolifico dei tre e dipinse anche lui in tutta la montagna. Meno dotato del padre e del fratello, fu attivo tra il 1568 e il 1603. La sua opera più riuscita (pervenutaci) è la cosiddetta cappella degli Innocenti a San Gregorio Maggiore a Spoleto. Fu con il fratello che decorò la chiesa della Madonna della Neve a Castel Santa Maria, un pezzo del mio cuore.

Suo allievo, e ultimo esponente della scuola mevalese, fu Ascanio Poggini, forse un suo parente, che lo affianco’ nei suoi ultimi lavori.

Le opere “maledette” degli Angelucci da Mevale

Ovviamente non c’è nessuna maledizione sulle opere degli Angelucci da Mevale. Solo, di tutte i loro lavori pervenuteci (e dobbiamo pensare che fossero anche di più), ne sono scomparse molte a causa dei vari eventi sismici. Abbiamo notizia di una pala d’altare intagliata da Gaspare Angelucci nel 1518, per la Corporazione dei Fabbri di Visso che non ci è arrivata. Le opere nella chiesa della Madonna della Nevestanno sbiadendo anno dopo anno poiché dopo il sisma del 1979 sono state lasciate alle intemperie. Il nicchione nella chiesa di Sant’Agostino a Norcia è sepolto sotto alle macerie dal 30 ottobre. E l’elenco, purtroppo, continua.

Per fortuna di questi artisti ci restano, speriamo ancora per molti secoli, opere che hanno custodito i colori brillanti, i visi paffuti e dolci e tanti dettagli che ci raccontano la loro arte.

Amedeo Modigliani è stato uno dei più grandi artisti del ‘900. Le sue opere sono talmente originali e uniche, che identificarle è facile anche per i meno esperti. Ciò che si conosce poco è la sua breve e intensa vita, fatta di malattia, studi, amore ed eccessi.

Amedeo Modigliani, le origini del talento

Modigliani nacque il 12 luglio 1884 a Livorno da padre italiano e madre francese. La sua famiglia, un tempo agiata, era sull’orlo del tracollo economico. Si dice che la madre lo mise alla luce mentre gli esattori delle tasse erano in casa e, siccome era vietato portar via tutto ciò che era sul letto di una partoriente, l’artista venne alla luce in mezzo a tantissime cose ammucchiate sul materasso.

Soprannominato Dedo dalla sua famiglia, studiò in casa con la madre e la zia ed emerse molto presto il suotalento pittorico. Malato sin da bambino di tubercolosi ed essendo il più piccolo di casa, Modigliani fu il più coccolato tra fratelli.

Gli artisti maledetti, Parigi e Modigliani detto Modì

Nonostante la sua salute cagionevole, decise di trasferirsi a Parigi nel 1906. Come tanti altri artisti squattrinati, si stabili a Montmartre , dove venne a contatto con le più grandi personalità artistiche del tempo, quali ad esempio Picasso, Toulouse-Lautrec, Renoir, Cézanne e Soutine.

A Parigi condusse una vita povera, che lo costrinse a dover spesso tornare a casa dalla sua famiglia. La sua situazione economica era talmente precaria che spesso pagava da bere disegnando piccoli ritratti a matita chiamati “dessins à boire” o disegni per bere. Presto la sua malattia ai polmoni, lo spinse a prediligere la pittura piuttosto che la scultura, a causa della polvere. Modigliani infatti si era avvicinato dapprima alla scultura, realizzando soprattutto maschere di ispirazione africana, la cosiddetta “arte negra”. La condizione di indigenza e la sua salute cagionevole, non gli impedirono di avere una vita sentimentale travagliata ed una vita piena di eccessi. Non bisogna però pensare che fosse raro per un artista di quell’epoca bere molto o fare uso di alcuni oppiacei, era anzi molto comune.

Entrò a far parte delle avanguardie e dei cosiddetti artisti maledetti, tanto che il suo soprannome divenne Modì, dalle prime lettere del suo cognome ma la cui pronuncia somiglia alla parola francese maudit, cioè maledetto. Aveva una personalità impulsiva, soggetta a scatti violenti o di rabbia. Si racconta che una notte si picchiò con Utrillo, con cui si era ubriacato, per decidere chi dei due fosse il pittore migliore. Furono ritrovati la mattina dopo mentre dormivano abbracciati sul marciapiede!

Le donne di Amedeo Modigliani

Dalle sue numerose amanti ebbe due figli, entrambi non riconosciuti. La donna della sua vita fu tuttavia Jeanne Hébuterne, anche lei pittrice e modella, soprannominata “noix de coco” cioè noce di cocco, per la bellezza del suo viso e i lunghi capelli castani. La loro relazione fu travagliata tanto che le loro furiose litigate erano famose nel vicinato.

Ebbero una figlia nel 1918, anch’essa chiamata Jeanne, che il padre tuttavia non riconobbe. Due anni dopo, poiché gli affari iniziavano ad andare meglio, Modigliani si impegnò a sposare Jeanne, incinta del loro secondo bambino. Questa bellissima donna visse con il pittore sia a Parigi che a Nizza e fu accanto a lui sino alla sua prematura scomparsa. Infatti nel 1920, il grande artista morì per una complicazione della sua tubercolosi all’età di 35 anni. La sua compagna, al nono mese di gravidanza, si suicidò il giorno seguente.

La fortuna e l’arte di Modigliani

La fortuna di Modigliani fu soprattutto postuma, poiché era da poco stato notato dai commercianti d’arte Guillaume e Zborowski. La sua arte è costituita da linee semplici e morbide, i suoi soggetti furono quasi solo ritratti e nudi. L’incredibile capacità di catturare l’essenza dei personaggi che ritrae, è palpabile davanti ai suoi dipinti. Non a caso molti dei suoi modelli dissero che farsi ritrarre da lui era come “farsi spogliare l’anima“, una frase che fa capire molto della sensibilità di questo artista.
Molti lo identificano per i suoi colli lunghi ma le sue algide figure sono soprattutto individui di cui cerca quasi di dipingere non l’apparenza ma la personalità più profonda.
La cosa che mi ha sempre colpita di più di Modigliani è il suo modo di rappresentare gli sguardi. Spesso gli occhi sono allungati, bui o completamente senza pupille. Eppure non si ha mai l’impressione che le sue figure non abbiano uno sguardo. Per Modigliani quello era un modo per rappresentare la loro introspezione, il fatto di “guardarsi dentro” e non solo di guardare il mondo.

Eugène Delacroix è stato sicuramente uno dei più grandi pittori del Romanticismo francese. I suoi dipinti sono tutti incentrati sul tema politico, il fascino dell’esotico ed il racconto del mito. Vediamo più da vicino la sua arte, le sue idee e la sua vita incredibile!

L’arte di Eugène Delacroix

L’arte di Eugène Delacroix trasse la sua ispirazione da artisti come Rubens, Tintoretto e Veronese. I colori e le pennellate costituiscono le figure e le loro turbinose e dinamiche azioni. Il suo principale rivale Ingresinvece, ancora legato al neoclassicismo, concentrerà la sua ricerca sulla perfezione e la definizione dei contorni.

Per Delacroix la missione è piacere a “l’uomo col quale il caso mi fa incontrare, un contadino o un gran signore”.

Di chi era figlio Delacroix?

Eugène Delacroix nacque il 26 aprile 1798 in una località vicino Parigi. Sua madre era figlia di un ricco commerciante e aveva sposato Charles-François Delacroix, un importante avvocato che stava intraprendendo anche la carriera politica. Alcuni storici ritengono pero’ che il pittore non sia figlio del diplomatico ma di Charles Maurice de Talleyrand. Quest’ultimo, soprannominato “il camaleonte” o “lo stregone della diplomazia”, fu uno dei più importanti politici della sua epoca e caro amico della famiglia Delacroix.

Le ragioni che spingono a sostenere questa teoria sono la somiglianza fisica tra il pittore e l’astuto politico ma anche il fatto che Charles era affetto da una malattia che probabilmente lo rendeva sterile all’epoca del concepimento di Eugène.

Quel che è certo è che Talleyrand fu sempre vicino al giovane, rimasto orfano di padre a soli otto anni.

Delacroix e il fascino dell’oriente

Nei numerosi viaggi compiuti in Africa settentrionale e nell’Europa meridionale, Delacroix rimase incredibilmente affascinato dalle diverse culture. La sua vivace intelligenza lo porterà ad indagare gli usi e i costumi locali, spingendolo persino all’interno di un harem, che riprodurrà in “ragazze di Algeri”.

La sua passione per l’oriente fu alimentata dalla sua vasta cultura letteraria. Ritrovava in queste popolazioni ancora “autentiche” tutta la poesia delle antiche culture mediterranee.

La difficile carriera di Eugène Delacroix

Il primo dipinto che espose fu “la barca di Dante” in cui vediamo il poeta accompagnato da Virgilio sopra una barca infernale che attraversa il famoso fiume di anime descritto nella Divina Commedia.

L’opera non riscosse successo come anche molte delle sue successive fatiche.

Una delle sue opere che più mi ha colpita è “orfanella in un cimitero” come anche la “furia di Medea”, entrambe al Louvre.

Alla causa della libertà greca Delacroix dedicò numerose opere, a partire da “il massacro si Scio”, per continuare con la “morte di Sardanapalo” e “La Grecia spirante sulle rovine del Missolungi”.
Dagli ideali romantici di libertà dei popoli da oppressori e tirannie prese forma anche la sua opera più celebre, “La Libertà guida il popolo”.

La Libertà guida il popolo, il più famoso dipinto di Delacroix

Questo capolavoro fu ispirato dai moti rivoluzionari del 1830, quando i parigini insorsero contro le politiche autoritarie di Carlo X di Borbone. Durante le tre gloriose giornate tra il 27 e il 29 luglio, Parigi alzò barricate e combatté contro le guardie del re fino a costringerlo a revocare le riforme e ad abdicare.

La libertà che guida il popolo di Delacroix rappresenta una donna, Marianne, che incede incitando la folla e sventolando il tricolore.

La donna è il simbolo della Libertà: mostra il seno nudo e porta il cappello frigio, simbolo della rivoluzione del 1789. In una mano porta la bandiera francese e con l’altra una baionetta simbolo della lotta per la libertà.

Intorno a lei sono rappresentate tutte le classi sociali: un ragazzino con le pistole, rappresenta il coraggio dei giovani, un manovale che incede dietro ad un ricco signore con il cappello simboleggiano la operai e borghesia.
Da un punto di vista compositivo, l’opera si ispira chiaramente a “la zattera della medusa” dell’amico Gèricault. La struttura piramidale è infatti simile, così come la drammaticità dei corpi in primo piano. Da notare anche il particolare del piede con il calzino parzialmente sfilato, chiara citazione del dipinto dell’altro pittore. Non a caso; al Louvre; queste due splendide tele sono esposte a poca distanza l’una dall’altra!

Sai chi erano gli amici di Eugène Delacroix?

Il maestro di Eugène Delacroix fu Guèrin, un importante esponente del neoclassicismo.
Verso il 1817 conobbe Géricault con cui strinse un’amicizia tanto forte da farlo posare persino all’interno del famoso dipinto “la zattera della Medusa”.

Una decina di anni dopo, lo vediamo frequentare assiduamente i poeti romantici tra cui Hugo, Stendhal e Dumas. Appassionato di letteratura, si appassionò ai testi classici, di Dante, Shakespeare, Goethe e soprattutto Byron. Proprio da uno dei suoi libri si ispirò per il quadro “morte di Sardanapalo”.

Nella maturità si avvicinò molto alla musica classica frequentando Chopin e la drammaturga e scrittrice George Sand (pseudonimo di Amandine Dupin).

Uno dei pittori che stimò maggiormente fu Constable, da cui trasse l’ispirazione per l’uso del colore. Grazie ai suoi taccuini e diari di viaggio, pieni di schizzi e acquerelli, sappiamo molto anche della sua vita. “Constable mi fa un gran bene” annotò durante un soggiorno in Inghilterra.

Maturità e morte di Delacroix

La bravura di Delacroix fu riconosciuta solo in tarda età, quando gli furono commissionate degli importanti cicli di affreschi al Luxembourg, sede del Senato, a Saint-Sulpice, al Louvre e a Palais Borbon (controllare).

Il lavoro lo affaticò molto fisicamente tuttavia lavorò sino alla sua morte, il 13 agosto 1863. La sua tomba si trova oggi al cimitero Père Lachaise di Parigi.

Delacroix fu uno dei più grandi artisti del romanticismo francese e le sue opere continuano a parlarci dei suoi ideali di libertà e della sua vasta cultura.

Giotto godé di una grandissima considerazione già nella sua epoca: fu il primo a rivoluzionare completamente lo stile pittorico e a reintrodurre la spazialità e la prospettiva.

Considerato da alcuni il precursore del Rinascimento, le sue opere non smettono ancora di emozionare.

L’arte prima di Giotto

Prima di Giotto la produzione artistica era influenzata prevalentemente dall‘arte bizantina, con figure ieratiche (cioè statiche, immobili) su uno sfondo dorato, rappresentante il completo distacco dei santi dalla realtà umana. Giotto, pur commettendo degli errori, cercò di rendere le figure vere, tridimensionali, vive. Pose grandissima attenzione ai particolari soprattutto delle espressioni. Studio’ i movimenti, come i personaggi sono collocati e presenti nello spazio.

Il-polittico-StefaneschiL’arte e lo stile di Giotto

Vissuto tra il 1267 e il 1337, Giotto è l’anello di congiunzione tra l’arte medievale e quella rinascimentale: le sue opere infatti sono le prime ad uscire dalle influenze “bizantine” e a diventare prospettiche, proporzionate e vive.

I personaggi giotteschi sono realistici, hanno emozioni, sono sorpresi in posizioni e situazioni diverse, sia nelle scene di quotidianità che in quelle di miracoli e fatti straordinari. Pronto a fare un viaggio nelle opere di Giotto?

giottoL’anatomia nelle opere di Giotto

L’anatomia nel medioevo non fu studiata in modo molto approfondito. Il rifiuto della fisicità che si vede nell’arte è anche indice di una concezione del corpo diversa da quella che abbiamo oggi. Il mondo medievale e la sua spiritualità sono ben rappresentati da un’arte tesa all‘astrazione e a rimarcare le differenze tra il mondo materiale e quello spirituale. Con Giotto si evidenzia una ricerca diversa, che iniziava proprio in quel periodo.

In tutti i libri di storia dell’arte c’è la comparazione tra il crocifisso di Giotto e quello di Cimabue. Questo perché le differenze sono lampanti. Le due opere si trovano entrambe a Firenze, la prima, del maestro, a Santa Croce, data 1280 circa. L’altra, del suo allievo Giotto si trova a Santa Maria Novella e fu realizzata tra il 1296 e il 1300. Pochi anni di differenza quindi, ma quanto sono diversi l’uno dall’altro!

Osserva come il Cristo sia innaturalmente inarcato nell’opera di Cimabue. In Giotto invece il peso è sulle gambe, la posa è naturale e vera. Vedi come l’addome, le costole ed i muscoli delle braccia sono innaturalmente definiti nella prima opera? Nel crocifisso di Giotto l’anatomia è data da ombreggiature. Ora vedi la portata rivoluzionaria delle opere di Giotto?

opere di giottoL’anatomia nelle opere di Giotto

Giotto fu un grande osservatore della realtà: i suoi personaggi infatti ci appaiono molto vivi anche perché sono molto espressivi. I gesti, i movimenti in cui sono ritratti, ma anche i loro volti, ci indicano una vivacitàmolto realistica ed umana. Le figure, da lontane e statiche come le possiamo vedere nelle opere dei suoi predecessori, ritornano ad essere vive.

Lo si vede molto bene nel compianto sul Cristo morto nella cappella degli Scrovegni a Padova. Guarda gli angeli come si disperano: osserva le lacrime della Maddalena, la desolazione di San Giovanni che allarga le braccia, il volto contratto della Madonna. Hai notato il gruppo di donne sulla destra? Ciascuna ha una posizione diversa delle mani, un’espressione differente sul viso. Ognuno ha una reazione emotiva diversa rispetto alla tragedia a cui sta assistendo.

Tutto il movimento converge verso il corpo esanime del Cristo, dove il profilo della roccia accompagna lo sguardo. Anche le figure ritratte di schiena ed incappucciate sono un suo tratto tipico, fa apparire la scena come se si stesse svolgendo proprio davanti a noi.

La dinamicità nelle opere di Giotto

Se guardiamo qui sotto l’ascensione di Cristo di Padova, notiamo la grande dinamicità della scena. Il Salvatore tende verso il cielo, sembra che le nuvole lo stiano trasportando. La composizione sembra divisa in due parti: la parte terrena in cui tutti sono immobili nella preghiera, e la parte celeste, dove il Salvatore, attorniato dagli angeli, ascende verso il cielo. Sembra di vederlo salire verso l’alto!

Stessa cosa nella scena di Assisi in cui San Francesco rinuncia ai beni terreni. Il padre, un ricco mercante, viene trattenuto da un uomo perché sembra stare sul punto di dare due sberle al figlio, di cui non comprende il gesto.

D’altronde cosa farebbe tuo padre se all’improvviso ti spogliassi per strada dicendo che non vuoi più possedere nulla di materiale? La scena ed i sentimenti dei personaggi sono resi benissimo: l’incredulità degli astanti, la spiritualità di Francesco e la rabbia di suo padre.

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giotto di bondone rinuncia di san francesco

L’architettura in Giotto

In Giotto l’architettura non è ancora resa in modo perfetto perché lo studio della prospettiva non era ancora stato approfondito. Per questo le strutture architettoniche risultano essere spesso fantasiose. Tuttavia l’osservazione della realtà ed i tentativi di resa prospettica sono evidenti. Osserva per esempio gli scalini del trono del Papa, o le travi del soffitto in questa scena in cui il Papa approva la regola francescana, dipinta nella basilica superiore di Assisi. Si vede bene che c’è una profondità nel dipinto!

Non dimentichiamo che Giotto fu anche architetto, è infatti a lui che si deve l’incredibile campanile di Santa Maria del Fiore a Firenze. Si vede la mano del maestro nella policromia dei marmi che sono bianchi, rossi e verdi. Inoltre alla base del campanile vi è un importante ciclo figurativo, con bassorilievi rappresentanti diverse arti e mestieri. Se non possiamo attribuire queste ed altre sculture a Giotto, possiamo pero’ vedere il suo genio dietro al progetto complessivo di questo splendido campanile.

giotto di bondoneLa vita di Giotto da Bondone

Essendo vissuto in un’epoca molto lontana, non sappiamo praticamente nulla della vita di Giotto, ormai avvolta nella leggenda. Quello che sappiamo, è che fu considerato dai suoi contemporanei il miglior pittore dei suoi tempi. Nacque probabilmente verso il 1267 a Vespignano in Toscana.

Si formò tra Firenze e Roma ed ebbe come maestro Cimabue. Tra gli aneddoti famosi, si narra che Cimabue abbia notato Giotto, giovane pastore, fare un disegno perfetto di una delle sue pecore, e così lo abbia preso nella sua bottega. Un’altra versione, vede il giovane Giotto capace di tracciare un cerchio perfetto senza l’ausilio del compasso, per dimostrare la propria competenza artistica. Una storia vede invece il giovane allievo dipingere una mosca che il maestro cercava invano di scacciar via.

Lavorò a Roma, Rimini, Firenze, Milano, Napoli, Padova e Bologna. Tra i suoi capolavori vi sono i cicli di affreschi della basilica di San Francesco ad Assisi, la Cappella degli Scrovegni a Padova, la Cappella Peruzzi e Bardi a Firenze. Conserviamo inoltre bellissimi crocifissi e polittici, tra cui il polittico Stefaneschi ai musei Vaticani.

I suoi insegnamenti influenzarono a tal punto l’arte delle successive generazioni, che è considerato il primo dei grandi maestri della storia dell’arte. Mori all’apice della sua fama, l’8 gennaio 1337. Il funerale solenne fu pagato a spese del Comune di Firenze.

giotto di bondoneL’ispirazione di Giotto, il primo “rinascimentale”

Giotto si ispirò ai lavori romani di Jacopo Torriti, Filippo Rosuti e Pietro Cavallini, anch’essi all’avanguardia per l’epoca. Rimase comunque il più illustre innovatore della pittura medievale. Il suo genio e la rivoluzione di cui si rese partecipe è comparabile solo con i suoi coetanei Arnolfo di Cambio e Giovanni Pisano in scultura.

Fu a tal punto originale, che la storia dell’arte Rinascimentale si fa di solito iniziare proprio da lui e dai suoi lavori.

Strage degli innocenti, Cappella degli Scrovegni, Padova

Ipse dixit

Ecco alcune lodi al famoso artista da parte dei suoi contemporanei (Dante) e di uno dei primi storici dell’arte, vissuto circa cento anni dopo:

  • … Credette Cimabue nella pintura
    tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
    si che la fama di colui è scura.
     (Dante)
  • Giotto rimutò l’arte del dipingere di greco (bizantina) in latino e ridusse al moderno; ed ebbe l’arte più compiuta che avessi mai più nessuno. (Cennino Cennini)

C’è qualche artista su cui vorresti che scrivessi un approfondimento? Fammelo sapere nei commenti!

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